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Il
Bebop
All'inizio
degli anni Quaranta le grandi orchestre di jazz (a parte
le bands del Southwest orientate verso il blues, Ellington
e i musicisti fedeli alla vecchia tradizione di New
Orleans) erano state inesorabilmente condizionate dall'intervento
dei bianchi, subendo un inevitabile processo di commercializzazione.
A questo punto la frattura tra i neri che era già andata
delineandosi negli anni precedenti divenne ancor più chiara:
da una parte coloro che vivevano ancora tra privazioni e
sottomissione (la gente del blues, definita da Ralph
Ellison (1914 - 1994) «quelli che non si discostarono
dalla loro esperienza popolare e la accettarono»), dall'altra
i neri ormai appartenenti alla borghesia che avevano perso
buona parte delle usanze e della sensibilità artistica tipiche
della loro tradizione.
In un simile contesto si dimostrò che il patrimonio
musicale di origine afro-americana poteva essere conservato
ed immesso in una più ampia tipologia di espressione, che
il jazz poteva acquisire una dimensione prettamente «americana»
unita ad una utilità commerciale e, contemporaneamente,
rispecchiare la ampliata
prospettiva sociale del negro di città nel periodo
successivo alla grande crisi economica che colpì gli Stati
Uniti tra il 1929 e
il 1933.
Avvenne
così che il nero borghese, ricordando la schiavitù
e i periodi di grande povertà ed isolamento dal mondo dei
bianchi con un senso di vergogna, finì inesorabilmente per
rifiutare il vecchio blues che, in qualche modo,
gli ricordava i tempi passati. A tal proposito è eloquente
quanto scriveva Ernest Ansermet (1882 - 1969)
nel 1918 a
proposito delle fonti ispiratrici del blues:
«il blues nasce quando il negro è triste, quando è
lontano da casa, lontano dalla madre o dall'innamorata.
Allora pensa a un motivo o a un ritmo preferito e prende il
trombone o il violino o il banjo o il clarino o il tamburo,
oppure canta o semplicemente si mette a ballare. E su quel
motivo scandaglia le profondità della sua immaginazione.
Questo gli fa passare la tristezza: è il blues».
Fu proprio la volontà di mettersi alle spalle la
tristezza da parte dei neri borghesi ad alimentare il
continuo infittirsi di comunicazioni con l'America bianca.
Ma, in quanto espressione di una America capace di
essere celebrata, il jazz più commerciale non poteva
rappresentare gli stati d'animo di una parte della nazione
che doveva giornalmente fare i conti con atti di negazione
della dignità umana, avallati anche dalle leggi oppressive
imposte su tutto il Sud degli Stati Uniti. La musica nera più
significativa, coerente con la storia e la cultura di coloro
i quali l'avevano creata, vera espressione popolare di una
gente oppressa, viveva «segreta», nella stessa
segregazione cui quella gente era costretta.
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L'avventura
dei neri in America
Nei
primi decenni del XVI secolo, all'indomani della
scoperta dell'America, i sempre più numerosi conquistadores
cristiani che ripercorsero dalla Spagna la via delle
caravelle di Colombo, non ebbero grosse difficoltà ad
impossessarsi delle coste americane e dei territori che,
fino al loro arrivo, formavano gli imperi azteco e inca,
grazie anche all'arretratezza tecnica e militare degli
indios d'America.
Lo sfruttamento dei fertili terreni e delle ricche
miniere d'oro e d'argento, dopo il depredamento delle
ricchezze monumentali, fu subito praticato su larga scala.
L'unico problema che si pose fu quello della manodopera: gli
indios non reggevano alle fatiche del lavoro della
terra così come era organizzato dai conquistatori europei,
non riuscivano ad adeguarsi al lavoro forzato per
l'estrazione dei metalli, la loro mortalità era elevata e
le fughe numerose. Fu così che, già nel 1502,
Spagna e Portogallo si accordarono per una
soluzione: gli egemoni neri dell'Africa vennero indotti a
dirottare sulle navi portoghesi dirette in America il
secolare traffico di schiavi che una volta si dirigeva verso
il Mediterraneo. I neri, fisiologicamente più forti, si
adattarono al duro lavoro e trovarono in America un ambiente
che, nonostante la durezza del regime schiavistico, ne favorì
la riproduzione. Nell'America colonizzata, quindi, venne a
crearsi un vero e proprio sistema feudale in cui una
classe relativamente ristretta di bianchi (i creoli),
entrata in possesso di diritti su terre e persone, dominava
una massa di miseri e arretrati indios semiliberi e di
schiavi neri e meticci.
La presenza nera in America divenne sempre più
numerosa e il 1619 costituisce
un utile punto di partenza storico come data del primo
massiccio trasferimento di uomini di colore nelle terre
colonizzate visto che, fino a quel punto, i neri erano
deportati per svolgere lavori occasionali finiti i quali
spesso venivano uccisi. Dopo il 1619 gli africani
occidentali costituivano circa l'85% degli schiavi importati
in America, ma non potevano certo considerarsi degli
americani: erano costretti a svolgere i lavori più duri e
non avevano, a livello umano, nessuna possibilità di
comunicare con i loro padroni e con tutto il mondo bianco
che li circondava. E' da questa situazione che il nero ha
dovuto ricercare la sua dimensione in America, attraverso
una alternanza di conquiste e delusioni che hanno
caratterizzato la sua esistenza nel Nuovo Mondo.
Nel
Settecento il
numero degli schiavi continuò ad aumentare fino a
costituire, alla vigilia della Rivoluzione Americana, più
del 30% della popolazione totale. Dalla Rivoluzione
Americana (scoppiata per liberarsi dalla tirannia
inglese) al 1793,
anno in cui fu inventata la macchina per separare le fibre
di cotone dai semi, si sviluppò negli Stati dell'estremo
Sud e del South Carolina una notevole opposizione alla
schiavitù e al commercio degli schiavi, tanto che il 24
ottobre 1774 il Congresso
Continentale stabilì
che dal 1 dicembre di quell'anno gli schiavi non potessero
essere né importati, né acquistati.
Purtroppo ciò che aveva stabilito il Congresso
Continentale fu solo parzialmente rispettato e la situazione
generale non cambiò in maniera determinante. Nel 1775
si costituisce la
prima associazione antischiavista e durante gli anni
successivi gli Stati del Rhode Island, del Connecticut
e della Pennsylvania approvano leggi tendenti
alla progressiva abolizione della schiavitù.
Dal 1793,
con la nascita e il progressivo sviluppo del cosiddetto Regno
del Cotone, gli schiavi neri furono impiegati
essenzialmente per i lavori nei campi e la tendenza
all'abolizione della schiavitù negli Stati del Sud subì
una inversione di tendenza vista la crescente necessità di
manodopera.
Ai
primi dell'Ottocento la
Nuova Inghilterra poteva ormai competere con i paesi
europei nella produzione e nel commercio di cotone, ma i
neri versavano ancora nelle stesse condizioni e furono anche
utilizzati nelle piantagioni di canna da zucchero nella
Louisiana. Ci si trovò, in definitiva, in una situazione
paradossale: spesso venivano approvate in vari Stati leggi
contro la schiavitù, ma raramente erano applicate e nel XIX
secolo anche i neri teoricamente liberi del Nord (circa 225.000
nel 1860)
erano sottoposti a notevoli limitazioni.
L'Ottocento,
comunque, fu il secolo nel quale i neri cominciarono ad
organizzarsi in maniera più competitiva per combattere
l'oppressione, tanto che le rivolte degli schiavi andarono
aumentando notevolmente, causando spesso perdite economiche
e di vite umane tra i bianchi. Un momento importante per gli
schiavi fu la Guerra Civile scoppiata nel 1861
che oppose il Sud
agricolo dove proliferava la schiavitù al Nord
industriale.
La vittoria dei nordisti portò alla emancipazione dei neri
del Nord che ebbero una parte considerevole in quel
successo: circa 186.000 soldati di colore presero
parte a 198 fra battaglie e scaramucce,
subendo la perdita di 68.000 unità tra morti e
feriti.
Il 1 gennaio
1863, in qualità di
comandante in capo dell'Esercito e della Marina, Lincoln
(1809 - 1865) proclamò ufficialmente l'emancipazione
degli schiavi e il 18
dicembre 1865 venne abolita
la schiavitù in ogni parte degli Stati Uniti.
Tra il 1869 e
il 1877 due
negri entrarono al Senato degli Stati Uniti e quattordici
alla Camera e nel 1875
la Terza
Legge sui diritti
civili dispose che ogni persona entro i confini degli
Stati Uniti aveva diritto ad
«usufruire pienamente ed egualmente delle concessioni,
agevolazioni e privilegi di alberghi, trasporti pubblici sia
terrestri che marittimi, teatri ed altri luoghi di
divertimento pubblico, sottoponendosi soltanto alle
condizioni ed alle limitazioni stabilite dalla Legge, ed
egualmente applicabili ai cittadini di ogni razza e colore,
indipendentemente da precedente condizione di servitù».
Dopo
qualche anno di tregua politica, la questione venne riaperta
dal presidente Benjamin Harrison (1833 - 1901)
il quale, nel primo messaggio al Congresso (3
dicembre 1889),
affermò chiaramente di non nutrire molte speranze che il
Sud avrebbe potuto garantire alle persone di colore i
diritti politici e civili. Fortunatamente i progetti
politici di Harrison, grazie a forti opposizioni, non furono
portati a termine e, al contrario, negli ultimi anni del XIX
secolo si sviluppò una maggiore capacità di coesione tra
bianchi e neri.
Nonostante tutto, però, la popolazione di colore
continuava in generale ad occupare una posizione marginale
nel contesto sociale americano e per un negro era ancora
molto difficile aspirare ad occupare un posto di rilievo
nella società che, in una situazione di crescente
industrializzazione, evitava di inserire i neri nelle
fabbriche.
Le precarie condizioni economiche e le intimidazioni,
le frodi, le violenze con le quali si impediva agli uomini
di colore di votare, avevano provocato nel 1879
un esodo di negri
dal Sud verso il Kansas e verso alcuni altri Stati,
seguito da migrazioni negli anni successivi che non
servirono, però, a trovare situazioni incoraggianti.
Ai
primi del Novecento,
quindi, la maggior parte dei contadini neri, a parte il bene
prezioso della libertà, non erano nel Sud degli Stati Uniti
in condizioni molto migliori di quelle in cui versavano ai
tempi della schiavitù ed erano spesso sottoposti a veri e
propri linciaggi. Dalla fine dell'Ottocento all'ingresso
degli Stati Uniti nella Prima Guerra Mondiale due
forze contrarie diedero forma alla vita nei negri. Una di
queste forze, il consolidamento del fenomeno della
privatizzazione dei diritti elettorali e della segregazione
nel Sud, li spinse più in basso di quanto fossero mai
stati; l'altra, la rivolta degli intellettuali neri appoggiati
dai liberali del Nord, li trasse verso l'uguaglianza
politica, culturale, economica e sociale. E' in questo
contesto che si ci avvicina al primo conflitto mondiale nel
quale il contributo nero all'esercito americano fu rilevante
e al termine del quale una parte della popolazione di colore
cominciò ad inserirsi con maggiore profitto nelle maglie
della civiltà bianca ed un'altra, che viveva ancora tra
mille stenti, iniziò a ribellarsi in modo sempre più
pressante.
Le
speranze nere subirono un altro duro colpo con la grande
crisi del 1929 dovuta
al crollo della Borsa che fece perdere il lavoro prima degli
altri alla gente di colore la quale dovette tirare avanti
grazie a miseri sussidi per la disoccupazione. Solo nel 1935
cominciarono ad
essere di nuovo offerti posti di lavoro anche ai neri ormai
americanizzati, ma nel periodo che porta agli anni Quaranta
i negri del Sud
ancora non pronto avevano trovato una dimensione
soddisfacente in terra statunitense ed il Bebop
era ormai a far
sentire la propria voce.
Negli
anni Quaranta l'espressione
più attuale della tradizione musicale afro-americana era
quella urbana, sviluppatasi nel contesto della vita dei
negri nelle grandi città industriali. La figura del negro,
intanto, era andata via modificandosi e, se la Prima Guerra
Mondiale e la depressione avevano dato vita al negro moderno,
il periodo a cavallo della Seconda Guerra Mondiale provocò
un cambiamento ancor più radicale nella sua psiche. Ad esempio,
la partecipazione delle «Unità Negre» delle forze
armate americane alla Seconda Guerra Mondiale fu molto più
cospicua rispetto alla prima e, soprattutto, il loro ruolo
fu decisamente più rilevante, tanto che, in molti casi,
furono schierate al fianco delle unità bianche.
Le cifre ufficiali della NAACP
(National Association
for the Advancement of Colored People), a tal proposito,
parlano chiaro: nella Prima Guerra Mondiale c'erano 404.348
soldati e 1.353 ufficiali negri, nell'ultima guerra
i soldati furono circa 905.000 e gli ufficiali circa
8.000.
Si evince da tali cifre che, se il numero dei soldati era
poco più che raddoppiato, quello degli ufficiali era aumentato
di quasi sei volte, a testimonianza della crescente presenza
di gente di colore in posti di particolare responsabilità.
I negri stavano sviluppando sempre più il senso di partecipare
alla società, e ciò non riguardò solo la borghesia come
dimostrato dalla quasi canonizzazione di Dorie Miller
(uno dei primi negri morti in guerra a Pearl
Harbor) che coinvolse
quasi tutti i neri della nazione.
Il
mondo al di fuori dell'America si rivelò al popolo negro
grazie al carattere spiccatamente internazionale che ebbe la
Seconda Guerra Mondiale. Anche la musica non rimase
insensibile all'evento e nacquero diversi blues sulla
guerra interpretati da vecchi cantanti.
Tra le comunità negre era molto popolare la canzone «Are
you ready?» che esaltava l'eroismo dei negri in guerra
e che, proprio nel titolo, contiene una espressione che
cominciava ad essere sempre più usata tra i negri di quei
tempi per significare «Sei pronto?» (ad entrare
nell'America bianca), mentre l'espressione «non è pronto»
acquisiva un significato spregiativo ed era adoperata da
certe persone di colore autonominatisi guardiani delle
convenzioni sociali bianche nei riguardi dei negri più
volgari. Anche gli stipendi che i neri ottenevano lavorando
nelle varie industrie belliche sparse nella nazione non
erano da disprezzare e l'arsenale di New Jersey, in
particolare, era considerato un luogo dove si poteva fare
molto denaro.
Ma
la accresciuta conoscenza e consapevolezza da parte dei
negri del contesto sociale in cui vivevano, finì per
alimentare un risentimento sempre meno controllabile nei
riguardi delle ingiustizie sociali che continuavano ad
essere imposte. In particolare i giovani tornati dalla
guerra, dopo aver messo a repentaglio la vita per la
nazione, dovevano scoprire di essere ancora considerati
appartenenti ad una specie subumana in una America che li
tollerava solo finché rimanevano al loro posto. Erano
riusciti a guadagnare di più nelle attività connesse al
tempo di guerra, ma al termine della stessa erano tornati
nei ghetti della grandi città statunitensi.
Il
malcontento e la rabbia sfociarono sempre più spesso in
episodi di violenza razziale e, ripetendo un fenomeno già
avvenuto durante e dopo la Prima Guerra Mondiale, rivolte
sanguinose scoppiarono in tutti gli Stati Uniti. La più
rilevante fu, probabilmente, la rivolta di Harlem avvenuta
nel 1943,
durante la quale i neri ruppero vetrine e finestre delle
proprietà bianche della zona e minacciarono i poliziotti.
Altre rivolte, come quella di Cicero (un sobborgo di
Chicago), trassero origine dalla volontà di alcuni negri di
acquistare delle case col loro denaro.
Intanto,
come trent'anni prima, si verificarono grandi migrazioni
verso il Nord, provocando analoghe rivolte a Detroit
e Newark. Sorsero movimenti sociali che sfociarono
nella formazione di organizzazioni per combattere le disuguaglianze
come ai tempi della Prima Guerra Mondiale. Una delle più
efficaci fu, nel 1941,
il movimento March-on-Washington, i cui componenti
minacciarono di marciare sulla capitale in caso di mancata
inclusione nel Programma per la Difesa, provocando la firma
da parte del presidente Franklin D. Roosevelt
(1933-1945) dell'ordine esecutivo che avrebbe dovuto impedire
ai fornitori del governo di praticare la discriminazione.
Lo stesso comitato che aveva dato vita al movimento March-on-Washington
riuscì ad ottenere, successivamente, l'istituzione del Fair
Employment Practices Committee, organo incaricato di
garantire eque assunzioni.
L'aumentato
tenore di vita dell'americano negro in quegli anni è
testimoniato anche dalla maggiore percentuale dei negri che
terminavano gli studi nelle scuole superiori e che
riuscivano ad accedere al college, anche per merito delle
provvidenze sull'istruzione contemplate dal «G.I.Bill»,
la legge per l'esercito.
Nel
Sud, per esempio, «nell'anno 1933-34,
solo il 19% dei bambini negri in età da frequentare
le scuole superiori le frequentava» [1],
mentre solo sei anni dopo, nel 1940,
la percentuale era salita al 35% (sempre nel Sud).
Edward Franklin Frazier (1894
- 1962) rileva anche che, sempre nel 1940,
«circa doppio rispetto alle città del Sud era il numero
di negri delle città settentrionali che avevano ricevuto
da uno a quattro anni di istruzione superiore».
In
definitiva, negli anni della grande guerra e nel periodo
immediatamente successivo si realizzarono nuovi attacchi
all'ingiustizia sociale ed economica legalizzata. Il periodo
di caos economico verificatosi durante la depressione degli
anni Trenta era stato durissimo per i negri i quali,
impegnati nella lotta per la sopravvivenza, avevano
momentaneamente smarrito parte del loro slancio contro le
ingiustizie sociali. Ma, attorno al 1945, la rabbia,
la voglia di far valere i propri diritti, rafforzate
dalla consapevolezza di essere diventati comunque
determinanti nella vita americana, tornarono a farsi
sentire, denunciando quel senso di oppressione che aveva
ormai raggiunto livelli di irreversibilità.
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Il
Jazz prima del Bebop
Il
jazz fece la sua apparizione nei primi anni del Novecento,
ma aveva una preistoria già secolare: i suoi diretti
antecedenti si possono infatti rintracciare nel folklore
musicale dei neri nel Sud degli Stati Uniti della seconda
metà del XIX secolo e i suoi presupposti nei
primitivi canti che i braccianti neri intonavano nelle
piantagioni nei tempi lontani della schiavitù. Tipici del
periodo precedente la nascita del jazz sono i canti
collettivi (work songs) che aiutavano gli uomini di
colore nelle fatiche quotidiane, scandendo il ritmo dei loro
lavori e che, spesso, erano caratterizzati dalla forma
responsoriale (alternanza di frasi solistiche e risposte
corali) che influenzò non poco la musica nera. I canti
divennero via via più articolati e complessi,
trasformandosi in spirituals e
jubilees
(di argomento religioso) e in ballads
e blues (di
carattere profano). Sarà proprio il blues, canto in cui è
rispecchiata la squallida esistenza del nero ai margini
della società e nel quale si fusero sempre più motivi
melodici e ritmi di chiara origine africana, a svolgere un
ruolo rilevante nella nascita e nella crescita del jazz.
Il
jazz comincia ad essere un movimento artistico autonomo dal
momento in cui, intorno al 1900,
i blues vocali divennero anche strumentali e furono inseriti
nel repertorio delle fanfare di New Orleans (città
nella quale il jazz nasce e muove i primi passi) assieme a
spirituals e pezzi di ragtime.
Determinante per la definizione del linguaggio del primo
jazz fu, tuttavia, l'adozione da parte dei neri degli
strumenti musicali lasciati un po' dovunque, nel Sud, dagli
eserciti che avevano combattuto la Guerra di Secessione: cornette,
trombe, clarinetti, tromboni, bassi-tuba
e tamburi.
Grazie ai bassi costi di questi strumenti si
costituirono numerose fanfare (brass
bands) che divennero, nei primi
anni del Novecento, uno dei più tipici elementi di colore
della città di New Orleans. Le più apprezzate erano la Excelsior
Band (di George Baquet,
clarinetto, New Orleans 1883 - 14 gennaio 1949), la Tuxedo
Band (di Oscar "Papa"
Celestin, Napoleanville, 1 gennaio 1884 - 15
dicembre 1954), la Imperial Orchestra (attiva dal
1901 al 1908) (di Manuel Perez, cornetta, New Orleans
28 dicembre 1873 - 1946), la Superior
Band e le diverse Reliance
Brass Bands (1885 circa) (di "Papa" Jack
Laine, New Orleans, 21 settembre 1873 - 1 giugno 1966).

In
queste bands e nelle orchestrine che suonavano nel secondo
decennio del Novecento nelle sale da ballo e nei cabarets di
New Orleans militavano i pionieri della musica jazz, tra i
quali i cornettisti Charles "Buddy" Bolden
(cornetta, New Orleans, 6 settembre 1877 - 4 novembre 1931),
Freddie "King" Keppard (cornetta, New
Orleans, 27 febbraio 1890 - 21 dicembre 1933), Joe "King"
Oliver (cornetta, New Orleans, 11 maggio 1885, 10 aprile
1938), i clarinettisti Alphonse Picou (New Orleans,
18 ottobre 1880 - 4 febbraio 1961) e Sidney Bechet
(New Orleans, 14 aprile 1897 - 14 aprile 1959), il pianista Ferdinand
"Jelly Roll" Morton (nato Ferdinand Lamothe,
New Orleans, 20 ottobre 1890 - 10 luglio 1941), il
trombonista Edward "Kid" Ory (La Place, 25
dicembre 1886 - 23 gennaio 1973), il batterista "Papa"
Jack Laine (New Orleans, 21 settembre 1873 - 1 giugno
1966).
Lo
strumento prediletto a livello melodico fu il clarinetto i
cui esecutori svilupparono rapidamente una tecnica esecutiva
di alto livello solistico.
I
componenti delle brass bands e delle orchestrine dell'epoca
suonavano quasi tutti ad orecchio e spesso, quando si
stancavano di eseguire le loro parti sempre allo stesso
modo, le variavano più o meno radicalmente, improvvisando
secondo l'estro del momento sulle armonie del tema
prescelto: si sviluppò così l'improvvisazione che
rimarrà una prerogativa essenziale del jazz e che
contribuirà allo sviluppo della tecnica strumentale.
Fino
al 1917 il
jazz rimase praticamente confinato a New Orleans, nonostante
qualche musicista come Jelly Roll Morton si fosse già
spinto prima della guerra in California, a Chicago, a New
York e in altre città. I campioni di jazz si erano
moltiplicati e, accanto ai pionieri, si affermò una seconda
generazione di musicisti tra i quali la parte del
protagonista principale sarebbe toccata, per oltre
vent'anni, a Louis "Satchmo" Armstrong (New
Orleans, 1 agosto 1901 - 6 luglio 1971) che, dopo aver
imparato a suonare la cornetta in un riformatorio, fu subito
conteso dalle migliori orchestre della città fino a
diventare uno dei solisti di tromba più innovativi di tutta
la storia del jazz. A New Orleans, però, la situazione per
i musicisti divenne improvvisamente più difficile: le
innumerevoli risse, il crescente numero di delitti spinsero
la Segreteria della Marina degli Stati Uniti a ordinare, nel
novembre del 1917,
la chiusura immediata e lo sgombero di tutte le case di
piacere e di gran parte dei locali pubblici. I musicisti che
come Oliver e Sidney Bechet erano già partiti alla volta
delle grandi metropoli del Nord fecero sapere ai colleghi
che a Chicago la loro musica piaceva a molti e così la
maggior parte dei musicisti di New Orleans, con il lavoro
che scarseggiava, lasciò nel giro di qualche anno la città
per trasferirsi nel Nord.
Nel 1922 King
Oliver, che stava ottenendo uno strepitoso successo con
la sua Creole Jazz Band,
chiamò a Chicago Louis Armstrong con il quale,
l'anno successivo, incise i primi dischi. Si può dire che
allora sia cominciato il secondo periodo della storia del
jazz, quello di
Chicago, città dove i numerosi gangster presenti sul
territorio contribuirono al proliferare dei locali notturni.
A giudizio di molti fu questa l'epoca d'oro della nuova
musica americana. Nella città dell'Illinois, infatti, si
ritrovarono nei primi anni Venti tutti i migliori musicisti
di jazz venuti dal Sud e si cominciarono ad incidere quei
dischi che sarebbero diventati classici esempi dello «stile
New Orleans». Tra questi si segnalano i dischi delle varie
formazioni di Oliver, quelli dei New
Orleans Rhythm Kings, le incisioni
dei gruppi riuniti in studio d'incisione da Jelly Roll
Morton sotto il nome di Red Hot
Peppers e, soprattutto, quelli
degli Hot Five
e Hot Seven
di Louis Armstrong. Intanto, grazie all'opportunità di
ascoltare i solisti di colore che dominavano nei locali
notturni del South Side di Chicago negli anni del
proibizionismo, un gruppo abbastanza numeroso di bianchi
aveva cominciato ad avvicinarsi a quella musica. Tra i
musicisti bianchi residenti a Chicago si affermò in
particolare il clarinettista
Benny Goodman (clarinetto, nato Benjamin David, Chicago,
30 maggio 1909 - 20 giugno 1986). Sempre a Chicago si
distinsero i pianisti di boogie-woogie ed il trombettista Leon
"Bix" Beiderbecke (Davenport, 10 marzo 1903 -
6 agosto 1931).
Oltre
a Chicago, che rimane la città più importante del jazz
negli anni Venti, New York divenne contemporaneamente un
centro di grande importanza per la nuova musica
afro-americana grazie all'attività pionieristica del nero James
Reese "Jim" Europe (Mobile, Alabama, 22
febbraio 1881) che diresse grandi orchestre di
ragtime e lanciò il fox-trot.
Qualche anno più tardi nella comunità nera newyorkese, si
affermarono alcuni pianisti tra i quali James Price
Johnson (New Brunswick, New Jersey,
1 febbraio 1894 - 17 novembre 1955),
Willie "The Lion" Smith (Goshen, New York,
25 novembre 1897 - 18 aprile 1973) e il giovane Thomas
"Fatz" Waller (New York, 21 maggio 1904 - 15
dicembre 1943) che si distinsero come esponenti di un
particolare stile, lo stride piano,
in cui si conciliarono il ragtime venuto dal Missouri e il
blues, caratterizzato dal poderoso, martellante
accompagnamento della mano sinistra impegnata a suonare
alternativamente i bassi, note di solito isolate, e gli
accordi.
A New York, tra l'altro, nasce il jazz orchestrale per
merito anzitutto di James Fletcher Henderson (Cuthbert,
Georgia, 18 dicembre 1897 - 28 dicembre 1952) e del suo
primo arrangiatore, Donald "Don" Redman (Piedmont,
West Virginia, 29 luglio 1900 - 30 novembre 1964), i quali
nel 1924 cominciarono
a mettere a punto un primo modello di
orchestrazione-esecuzione jazzistica per grande formazione.
Gli elementi dell'orchestra non erano più di dieci nelle
prime compagini di Henderson, ma andarono gradualmente
aumentando sino a comprendere 5 trombe, 5 tromboni,
5 sassofoni e ritmica, realizzando la classica
big-band.
Nelle
orchestre di Fletcher Henderson, con cui nel 1925
militò anche Louis Armstrong,
mossero i primi passi molti musicisti che ebbero in futuro
un ruolo importante nella definizione del linguaggio del
jazz come il trombettista, clarinettista, alto sassofonista,
pianista Bennett Lester "Benny" Carter (New
York, 8 agosto 1907), strumentista versatile e ottimo
compositore e Coleman Hawkins (Sait Joseph, Missouri,
21 novembre 1904 - New York, 19 maggio 1969), uno dei primi
suonatori di sax tenore, strumento del quale esplorò a
fondo risorse e possibilità tecniche. Tutte le compagini
orchestrali che nacquero in quel periodo furono in qualche
modo debitrici di Henderson, ma il musicista che più degli
altri sviluppò le possibilità espressive della big band fu
Duke Ellington (Washington, 19 aprile 1899, New York,
24 maggio 1974) che colse i primi successi, dal 1927
in poi, al Cotton Club, il
più elegante cabaret di Harlem frequentato dalla buona
società bianca.
Ellington,
pianista, direttore e compositore dallo straordinario
talento, arricchì il repertorio jazzistico di temi di
grande bellezza, nonché di parecchie composizioni di largo
respiro in forma soprattutto di suites, conferendo
alla sua formazione nei cinquant'anni di ininterrotta
attività, uno stile inconfondibile e sempre alla ricerca di
innovazioni. Con Ellington il jazz assunse un carattere più
spettacolare di quello che negli stessi anni si poteva
ascoltare a Chicago.
 Quella
che può essere considerata l'epoca eroica del jazz si concluse
bruscamente, alla fine del 1929,
con la grande crisi economica che ridusse in miseria anzitutto
la popolazione nera (e quindi gran parte del pubblico del
jazz) e che fece sentire subito i suoi effetti sul mondo
dello spettacolo. Pochi mesi furono sufficienti a far perdere
il lavoro alla maggioranza dei musicisti e, durante gli
anni Trenta, l'autentico jazz si poteva ascoltare essenzialmente
in qualche grande locale newyorkese (come il Savoy,
New York, Lenox Street, e il Roseland,
New York, 52nd Street) e nei cabaret grandi e piccoli del
quartiere nero di Kansas City, nel Missouri, città
nelle quale la vita notturna era più prosperosa che mai
essendo protetta dalla amministrazione corrotta facente
capo a Tom Pendergast (1872 - 1945), un affarista
senza scrupoli. A Kansas City prese forma uno stile di jazz
con caratteristiche peculiari, influenzato dal blues ed
esaltato da musicisti quali William "Count"
Basie (Red Bank, New Jersey, 21 agosto 1904 - Hollywood,
26 aprile 1984) e il giovane tenorsassofonista Lester
Young (Woodville, Mississippi, 27 agosto 1909 - New
York, 15 marzo 1959), destinato a un futuro da protagonista.
Con
la crisi del 1929 Chicago
perse praticamente ogni importanza nella storia del jazz:
quasi tutti i musicisti che avevano animato la vita notturna
dovettero lasciare la città per cercare fortuna altrove.
Riuscirono a cavarsela meglio alcuni musicisti bianchi cui
era più agevole l'accesso agli studi di registrazione e
radiofonici, tra i quali il clarinettista Benny Goodman,
il trombonista Tommy Dorsey (Shenandoah,
Pennsylvania, 19 novembre 1905 - Greenwich Connecticut, 26
novembre 1956) e suo fratello Jimmy (Shenandoah,
Pennsylvania, 29 febbraio 1904 - 12 giugno 1957),
clarinettista e altosassofonista, il trombonista Alton
Glenn Miller (Clarinda, Iowa, 1 marzo 1904 - 15 dicembre
1944), tutti attivi a New York nei primi anni Trenta.
Paradossalmente,
mentre il jazz attraversava negli Stati Uniti il suo momento
di massima difficoltà, in Europa qualcuno cominciò
ad interessarsi a questa musica seriamente, pubblicando
libri sull'argomento e importando un sempre maggiore numero
di dischi che fecero conoscere al pubblico del Vecchio
Continente i solisti e le grandi orchestre d'oltreoceano. Da
questo momento l'Europa comincerà ad accogliere e
apprezzare il jazz che troverà, negli anni successivi,
credito ed esecutori in una nuova terra.
 Negli
Stati Uniti bisogna attendere gli anni successivi al 1935
per dare nuova vita al jazz,
momento in cui una grande orchestra costituita e diretta da Benny
Goodman ottenne una strepitoso successo, grazie anche
agli arrangiamenti di Fletcher Henderson.
Clarinettista di eccezionali capacità tecniche, brillante
caporchestra e profondo conoscitore dei gusti del pubblico,
Goodman divenne in breve un idolo per la gioventù americana
la quale non chiedeva altro che una musica eccitante e
divertente per dimenticare gli anni della crisi.
Sull'esempio dell'orchestra di Goodman altre compagini del
genere si costituirono: era ormai cominciata l'era
dello swing e del jazz
commerciale. Parallelamente all'attività della sua
orchestra Goodman esaltò altri piccoli complessi come il
trio, il quartetto, il sestetto, nei quali figurarono
solisti di classe quali il pianista Teddy Wilson (Austin,
Texas, 24 novembre 1912 - New Britain, Connecticut, 31
luglio 1986), il batterista Gene Krupa (Chicago,
Illinois, 15 gennaio 1909 - Yonkers, New York, 16 ottobre
1973), il vibrafonista Lionel Hampton (Louisville,
Kentucky, 20 aprile 1909) e il chitarrista Charlie
Christian (Bonham, Texas, 29 luglio 1916 - New York, 2
marzo 1942).
Oltre
alle già citate orchestre di Ellington e Goodman si
affermarono presto le grandi formazioni di Tommy e di
Jimmy Dorsey, di Jimmie Lunceford (sax alto,
flauto, Fulton, Missouri, 6 giugno 1902 - Seaside, Oregon 12
luglio 1947), di
Chick Webb (batteria, Baltimora, Maryland, 10
febbraio 1902 - 16 giugno 1939) , di Artie Shaw (Arthur
Arshawsky, 1910) e quella di Count Basie arrivata al
Nord da Kansas City nel 1936.
In realtà durante l'era dello swing ci furono scritture e
applausi un po' per tutti: furono riscoperti i pianisti di boogie-woogie,
furono apprezzati per il loro giusto valore musicisti attivi
da tempo come Fats Waller e Art Tatum (Toledo,
Ohio, 13 ottobre 1909 - Los Angeles, California, 5 novembre
1956) e venne riesumato il jazz tradizionale di New Orleans
e Chicago, ribattezzato dixieland e
proposto anche in versione orchestrale. Fu il momento dei
primi grandi successi anche per le cantanti di colore Billie
Holiday (Philadelphia, Pennsylvania 7 aprile 1915 - New
York, 17 luglio 1959) e Ella Fitzgerald (Newpoert
News, Virginia 25 aprile 1917 - Los Angeles, California, 15
giugno 1996).
La
grande popolarità del jazz in quel periodo ebbe, però,
anche qualche effetto negativo: per rendere facile l'ascolto
al grande pubblico, molti capiorchestra bianchi ricorsero a
scritture di facile effetto, standardizzarono gli
arrangiamenti e le improvvisazioni dei solisti. Questi
effetti negativi si accentuarono durante gli anni della
Seconda Guerra Mondiale che videro il successo delle
compagini di Harry James (Albany, Georgia, 15 marzo
1916 - Las Vegas, Nevada, 5 luglio 1983), Lionel Hampton e,
soprattutto, di quella di Glenn Miller, che contribuì
a tenere alto il morale delle truppe esibendosi con la sua
orchestra dell'Aeronautica sui vari fronti del conflitto.
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L'inizio
della rivoluzione: 1940-1941
Il
Bebop, che appare nei locali della 52a Strada di
New York nel 1944, ovviamente non si materializzò d'un
tratto, ma ebbe dei precursori in alcuni solisti affermatisi
alla fine degli anni Trenta e un'iniziale gestazione in
qualche localino di Harlem dove i bianchi mettevano piede
molto raramente. Tra questi locali un'importanza particolare
ne ebbe uno ricavato in una sala dell'Hotel Cecil
nella 118a Strada Ovest di New York, chiamato Minton's
Playhouse dal nome del proprietario Henry Minton,
un ex sassofonista; era piuttosto squallido, ma rinacque dal
punto di vista artistico dopo che Teddy Hill (Birmingham,
AL, 7 dicembre 1909 - Cleveland, 19 maggio 1978), un
ex caporchestra, ne assunse la direzione nel 1940.
Teddy Hill, che aveva suonato i vari sax in band
condotte da King Oliver e Louis Armstrong ed
era autore di varie canzoni e arrangiamenti, non era mai
riuscito a brillare in maniera particolare nella sua
carriera, ma conosceva tanti musicisti e aveva idee
originali. Suggerì ad Henry Minton di mettere su un gruppo
fisso per dar via libera alle jam-session e fissò un giorno
a settimana (il lunedì, giornata di libertà nel mondo
dello spettacolo) nella quale invitare a suonare tutti gli
artisti che volevano cimentarsi della notte. «Le notti
delle celebrità» al Minton's Playhouse divennero in
breve tempo famose in tutti gli Stati Uniti anche per i
pranzi che Teddy Hill offriva in queste occasioni e, già
nel 1941, il locale otteneva un buonissimo successo
diventando il posto dove si andava il lunedì nei primi anni
Quaranta e, soprattutto, il luogo della rivoluzione che
avrebbe trasformato il jazz.
Hill
prese spunto dallo stile dei locali di Kansas City, città
che, come già detto, negli anni Trenta era balzata alla
ribalta musicale grazie alla amministrazione corrotta di Tom
Pendergast, presentando un solo fiato accanto alla sezione
ritmica, con il preciso intento di lasciar posto a chiunque
volesse unirsi alla jam-session. Hill aveva intuito che il
vecchio jazz stava per finire il suo corso e voleva
convogliare al Minton's tutti quei giovani musicisti che
tentavano di suonare i loro strumenti in modo innovativo,
alternandoli o affiancandoli a nomi già noti. A condurre il
gruppo fisso del Minton's Teddy Hill chiamò il batterista Kenny
«Klook» Clarke (Kenneth
Spearman; Pittsburgh, 9 gennaio 1914 - Montreuil-sous-Bois,
Paris, 26 gennaio 1985)
che rimase per primo sorpreso dell'invito, visto che non più
di un anno prima aveva fatto crollare l'ultima compagine di
Hill dopo aver avuto grandi discussioni col suo caporchestra
sul modo di usare la batteria nella musica che la gente
chiedeva di poter ballare: Klarke era già alla ricerca di
nuove soluzioni. Tuttavia, pensando alle improvvisazioni
esplosive di «Klook», Teddy Hill decise di offrirgli una
scrittura fissa spiegandogli quale era la finalità di tutta
l'operazione al Minton's e quale avrebbe dovuto essere il
suo ruolo. Più tardi Klarke disse:
«Dapprima rimasi sorpreso. Dopo aver parlato un po' con lui
capii che cosa voleva. Nel 1937 io mi ero già stufato di
suonare come Joe Jones. Era ora di cambiare. Spostai allora
il ritmo di base dalla percussione del tamburo basso a
quello del piatto alto. Scoprii che così potevo ottenere
variazioni di tono e di timbro graduando il colpo di
bacchetta sul piatto. E oltretutto ero libero di usare il
tamburo e i timpani per marcare gli accenti. Stavo tentando
di costruire nuovi modelli ritmici sovrapponibili a quelli
normali. Gli assoli tendevano ad allungarsi. E i solisti
avevano bisogno di un aiuto maggiore dal batterista»
[1].
Lo
stesso Kenny Clarke suggerì a Teddy Hill di
includere nel complesso Thelonious "Sphere"
Monk (Rocky Mount,
North Carolina 10 ottobre 1917 - Weehawken, New Jersey, 17
febbraio 1982),
pianista che aveva iniziato la carriera come pianista di un
gruppo gospel e che aveva suonato per qualche tempo nelle
chiese negre del Sud e del Middle West. In questa fase,
caratterizzata da viaggi senza fine nel cuore dell'America
più schiavista, Monk teneva viva la sua creatività
musicale suonando in qualche jam-session dove poteva. Monk
era già afflitto da problemi di eroina come tanti colleghi
jazzisti ed aveva già composto brani molto innovativi,
caratterizzati da strane (per l'epoca) escursioni in tonalità
diverse. Tra questi si segnalamo Blue Monk e 'Round
About Midnight. Suonava con uno stile molto personale,
con le dita larghe e piatte sui tasti, arrivando a suonare
anche dodici suoni contemporaneamente quando usava il
pollice per prendere due tasti. Il suo più grande desiderio
era quello di uscire dal giro dei gospel, di suonare il jazz
che lui sentiva e l'occasione di lavorare al Minton's fu per
lui determinante.
A
Kenny Clarke e Thelonious Monk (che rappresentano da subito
una novità assoluta nel mondo del jazz), furono affiancati
il trombettista Joe Guy (Joseph
Luke, Birmingham, 20 settembre 1920 - Birmingham, 1962)
e il bassista Nick Fenton per completare il quartetto
base al quale poteva unirsi chiunque ne avesse avuto voglia.
Le
jam-session del lunedì nel locale newyorkese si
configurarono subito come un campo di battaglia per scontri
tra jazzisti di varie tendenze dai quali uscivano spesso
demolite reputazioni consolidate per lasciare il passo ai
giovani «rivoluzionari». Nelle prime session della
primavera del 1941
la vecchia guardia deteneva ancora il potere, potendo
contare su una formidabile schiera di improvvisatori,
solisti di grandi orchestre: i sassofonisti Coleman
Hawkins, Ben Webster, Chu Berry, Johnny
Hodges, Benny Carter, Willie Smith e Don
Byas; i trombettisti Lips Page, Cootie
Williams, Charlie Shavers e Harry James; i
pianisti Fats Waller, Teddy Wilson, Jess
Stacy e Mary Lou Williams. Anche grandi leader
come Duke Ellington, Andy Kirk, Count Basie,
Artie Shaw, Lionel Hampton e Benny Goodman fecero
la loro apparizione al Minton's. Tra gli ospiti del locale,
comunque, vanno segnalati per l'impulso dato al rinnovamento
del linguaggio jazzistico alcuni musicisti che, a parte i già
rivoluzionari Clarke e Monk, possono essere considerati i
veri precursori del Bebop: il chitarrista Charlie
Christian, il tenorsassofonista Lester
Young, il trombettista Roy Eldridge, il pianista Art
Tatum ed
il bassista Jimmy Blanton.
Live
at "Minton's Playhouse" NY, MAY 12, 1941
CHARLIE
CHRISTIAN (Guitar)
JOE GUY (trumpet)
KENNY KERSEY (piano)
NICK FENTON (bass)
KENNY CLARKE (drums)
Charlie
Christian (Bonham,
Texas, 29 luglio 1916 - New York, 2 marzo 1942)
faceva parte del gruppo di Benny Goodman (Chicago,
30 maggio 1909 - New York, 13 giugno 1986) e,
finito il lavoro con il re dello swing, arrivava tutte le
sere al Minton's per partecipare alle session. Suonava
la chitarra elettrica, uno strumento praticato ancora da
pochi, ed era ammirato incondizionatamente dai colleghi per
la sua inesauribile fantasia nelle improvvisazioni dove si
succedevano riffs su riffs in una escalation di emozioni
senza precedenti. Il suo stile era particolarissimo,
caratterizzato da lunghe frasi monodiche (solitamente a
crome) la cui struttura e il cui suono erano molto vicini
alla sintassi tipica dei sassofonisti. Rispetto ai pionieri
della chitarra jazz come Lonnie Johnson (New
Orleans, 8 febbraio 1889 - Toronto, 16 giugno1970) e
Eddie Lang (Philadelphia,
Pennsylvania, 25 ottobre 1902 - 26 marzo 1933) che
suonavano frasi molto più spezzettate, Charlie Christian
portò la tecnica del suo strumento a livelli altissimi.
Lester
Young (Woodville,
Mississippi, 27 agosto 1909 - New York, 15 marzo 1959),
già attivo nella formazione di King Oliver e nei Blue
Devils, capitò nel bel mezzo del mondo del jazz di
Kansas City nell'era di Pendergast (1872
- 1945). Non volle
imitare lo stile di Coleman Hawkins (St.
Joseph, MO, 21 novembre 1904 - New York, 19 maggio 1969) (che
sconfisse in una memorabile jam-session svoltasi al Cherry
Blossom di Kansas City dando credito e lustro a tutti i
musicisti della città che già negli anni Trenta stavano
suonando in uno stile sempre più diverso da quello dei
colleghi newyorkesi) e spiegò come i modelli che imitava in
gioventù fossero alla base del suo suono anche negli anni
della maturità. Raccontò in proposito anni dopo:
«Frankie Trumbauer (Carbondale,
Illinois 30 marzo 1901 - Kansas City, MO 11 luglio 1956) e
Jimmy Dorsey erano i due grandi rivali dell'epoca e,
alla fine, io mi resi conto che mi piaceva Frankie Trumbauer.
Trumbauer
era il mio idolo. Quando avevo cominciato a suonare
comperavo tutti i suoi dischi. Credo di essere ancora capace
di suonare i suoi assoli che avevo imparato da quei dischi.
Suonava il C Melody sax. Io cercai di ottenere sul sassofono
tenore il suono di un C Melody sax. Questa è la ragione per
cui il mio suono è diverso da quello degli altri. Trumbauer
sapeva sempre raccontare una piccola storia. E mi piaceva il
modo in cui sfiorava le note. Anzitutto esponeva la melodia,
e poi suonava attorno alla melodia»[2].
Le scelte artistiche di Lester Young si dimostrarono
indovinate, tanto che le frasi dei suoi assoli diventeranno
un esempio da imitare per tutti i ribelli del Bebop.
Roy
Eldridge (Pittsburgh,
Pennsylvania 30 gennaio 1911 - Valley Stream, NY 26 febbraio
1989), dopo aver
iniziato la carriera suonando in complessi di non grande
rilevanza, formò la sua personalità artistica tra la fine
degli anni Venti e i primi anni Trenta ispirandosi ai
trombettisti Red Nichols (Ogden,
Utah 8 maggio 1905 - 28 luglio 1963)
e Rex Stewart (William,
Philadelphia, 22 febbraio 1907 - Los Angeles, 7 settembre
1967), ma soprattutto
ai sassofonisti Coleman Hawkins e Benny Carter (Bennett
Lester, New York, 8 agosto 1907) dei
quali cercò di riprodurre sulla tromba il veloce e
articolato fraseggio. Determinante per la sua crescita
artistica fu anche l'ascolto di Louis Armstrong che
colpì Eldridge per la sua capacità di suonare con grande
tensione senza usare molte note. Fu proprio la capacità di
combinare le peculiarità dei musicisti sopra citati, si
alternare velocità di esecuzione e sviluppo melodico a dare
una fisionomia personale e nuova agli assoli di Roy Eldridge.
Suonò con le orchestre di Teddy Hill e Fletcher
Henderson e alla fine degli anni Trenta si affermò
definitivamente con i dischi Heckler's hop, Wabash
stomp e After you've gone. Don Ferrara,
quando passò in rassegna i migliori trombettisti di jazz
per la rivista "Metronome", scrisse di lui:
«Così completa era la padronanza del volume che era capace
di sussurrare con una meravigliosa calda intimità e di
urlare con magnificenza. Ed egli definì e diede vita a
ciascun grado dinamico intermedio tra quel sussurro e
l'urlo. La sua sonorità era così ampia che costringeva il
pubblico ad ascoltare. Tutti smettevano di chiacchierare
quando Roy suonava. Anche quando suonava piano, la sua voce
strumentale era voluminosa... Erano i sentimenti di Roy ad
abbassare i pistoni della sua tromba, non le dita... La
sua musica era così concreta e disinibita che veniva fatto
di pensare che egli avesse una linea diretta coi suoi
sentimenti... La sua musica era piena di fuoco e di vitalità»
[3]
Art
Tatum (Toledo,
Ohio 13 ottobre 1909 - Los Angeles, California 5 novembre
1956) si fece notare a
New York già nel 1932 come accompagnatore della cantante Adelaide
Hall (New York, 20
ottobre 1904 - London, 7 novembre 1993),
lasciando tutti di stucco. L'anno successivo furono
pubblicati i suoi primi dischi per la Brunswick che lo
portarono ancor più alla ribalta e lavorò all'Onyx Club
di New York, nella 52a Strada. Venerato come un
santone, esempio per tutti i musicisti che lo ascoltarono,
tornò a New York dopo un paio d'anni (1935-1936) trascorsi
a Chicago dove si esibì regolarmente al Three Deuces.
Caratteristiche del suo modo di suonare erano la grande
velocità della mano destra, la grazia e la sensibilità
armonica che anticiparono la complessità del Bebop,
l'assoluta imprevedibilità delle sue improvvisazioni che
metteva spesso in difficoltà i suoi partner. A tal
proposito ricorda il chitarrista Everett Barksdale (Detroit,
28 aprile 1910 - Inglewood, CA, 29 gennaio 1986) che
suonò a lungo con Tatum:
«Diceva sempre che non "udiva" in anticipo ciò
che si accingeva a suonare, ma che si limitava a
"sentirlo" e, poiché gran parte di ciò che
facevamo era improvvisato, qualche volta se ne usciva con
delle trovate che mi lasciavano disorientato»
[4]
La
creatività e la tecnica straordinaria di Art Tatum
lasciarono un segno indelebile tra i musicisti che si
esibirono al Minton's in quegli anni.
Jimmy
Blanton (Chattanooga,
TN, ottobre 1918 - Los Angeles, 30 luglio 1942),
fu scoperto a St.Louis a diciannove anni da Duke
Ellington che immediatamente lo invitò a far parte
della sua orchestra. Secondo molti critici la compagine di
Ellington proprio all'inizio degli anni Quaranta espresse il
meglio di se grazie anche al contributo di Blanton che
conferì alla band quella compattezza ritmico-armonica che
spesso era venuta a mancare in precedenza nonostante
l'eccezionale abilità dei fiati e la ricchezza di
sfumature. Blanton ha letteralmente rivoluzionato la tecnica
del contrabbasso ampliandone le possibilità tecniche ed
espressive: usava lo strumento come fosse un fiato, con una
straordinaria capacità di articolazione ritmica,
anticipando la funzione che avrebbe avuto nel Bop. Queste
caratteristiche si percepiscono in maniera inequivocabile
nelle incisioni realizzate tra il 1939 e il 1940
in duo con Duke Ellington, aprendo ai bassisti anche la
strada del solismo. Morì giovanissimo, per una polmonite
nel 1942, proprio nel momento in cui la rivoluzione
del Bebop stava giungendo a compimento.
Jimmy
Blanton & Duke Ellington
Al
Minton's era presente un numero così alto di musicisti da
non far mai mancare la grande musica e gli scontri tra i
solisti di varie generazioni portarono ad una inesorabile
evoluzione del linguaggio che nel giro di quattro anni (dal 1941
al 1944) dissolse lo swing tramutandolo in Bebop.
Nel
maggio 1941 un tecnico dilettante, appassionato di
jazz e studente della Columbia University, Jerry Newman,
realizzò delle registrazioni al Minton's ed al Clark
Monroe's Uptown
House (198 West 134th Street, NYC), altro locale dove si
cominciava ad ascoltare musica nuova. Queste registrazioni,
imperfette dal punto di vista tecnico, sono una
testimonianza preziosa di quelle notti. Si
percepisce chiaramente la partecipazione e l'esaltazione del
pubblico e si riconoscono gli stili dei vari musicisti
presenti.
Al
Minton's il solista principale è Charlie Christian ancora
in forma smagliante (morirà di tubercolosi nel 1942)
e già si può ascoltare un Kenny Clarke rivoluzionario.
Secondo Ross Russell (Los
Angeles 18 marzo 1909 - Palm Springs, 31 gennaio 2000):
«Clarke fu veramente il fondatore del nuovo stile delle
percussioni. Si sente un beat pieno di forza, un delizioso
impasto poliritmico e un'insolita consapevolezza delle
esigenze del solista»
[5]
Gli interventi di Thelonious Monk, all'epoca
considerati molto strani, apriranno al piano-jazz nuovi
orizzonti espressivi condizionando anche lo stile
improvvisativo di altri musicisti che svilupparono dalle
armonie di Monk idee moderne. Nelle registrazioni del 1941
al Minton's si può ascoltare anche l'allora
ventitreenne John Birks "Dizzy" Gillespie (Cheraw,
SC, 21 ottobre 1917 - Englewood, NJ, 6 gennaio 1993)
in un breve inciso nel quale risulta ancora acerbo lo stile
del trombettista del South-Carolina che solo successivamente
troverà la sua strada. Tuttavia, nonostante le chiare
innovazioni apportate alla musica da Clarke e Monk, si
percepisce nelle registrazioni di Newman la mancanza di uno
strumentista a fiato in grado di esprimere assoli
all'altezza dei due colleghi e di trascinarli a suonare in
modo ancor più rivoluzionario. In realtà un sassofonista
con queste caratteristiche era già presente a New York, ma
era attivo al Monroe's Uptown House, un cabaret tra
la Centotrentatreesima Strada e la Settima Avenue dove, dopo
l'ultimo show, cominciava a suonare il complesso del
trombettista Vic
Coulsen che accoglieva chiunque avesse voluto
partecipare alla session. Era uno strumentista fantastico,
capace di suonare a velocità sbalorditive e con una forza
inaudita: era Charlie Parker (Kansas
City, 29 agosto 1920 - NY, 12 marzo 1955),
colui che più di tutti contribuirà alla nascita ed allo
sviluppo del Bebop.
Charlie
Parker nasce a
Kansas City nel 1920 e riceve la sua educazione nel
ghetto nero della grande città del Missouri. La madre, una
donna delle pulizie presto abbandonata dal marito, lavorava
nelle ore notturne e Charlie, che frequentò per qualche
anno senza particolari entusiasmi la Lincoln High School,
proprio di notte si intrufolava nei cabaret del quartiere
nero con il preciso intento di ascoltare le orchestre di
jazz. All'età di quindici anni era già sposato con la
diciannovenne Rebecca Ruffin, aveva già fatto le
prime esperienze con la droga e, dopo aver abbandonato la
scuola, poteva considerarsi un musicista professionista. I
suoi modelli, in gioventù, furono i grandi sassofonisti di
Kansas City, in particolare Lester Young, del quale
riproduceva gli assoli con il suo sax contralto, e Henry
"Buster" Smith (Alfdorf,
TX, 24 agosto 1904 - Dallas, 10 agosto 1991),
detto il Professore, che aveva suonato con i Blue Devils e
con le orchestre di Bennie Moten (Kansas
City, MO, 13 novembre 1894 - Kansas City, 2 aprile 1935)
e Count Basie (Red
Bank, NJ, 21 agosto 1904; -
Hollywood, 26 aprile 1984).
In quel periodo a Kansas City le opportunità per suonare
erano innumerevoli: il potente Tom Pendergast gestiva tutti
gli affari, i traffici e gli intrighi, e la musica era un
ingrediente essenziale di certi traffici e si ascoltava
dappertutto. In questo contesto anche compagini di livello
mediocre riuscivano ad avere una spazio e proprio in una
orchestrina dilettantistica, quella diretta dal pianista Lawrence
Keyes, Charlie cominciò ad esibirsi nel 1934
a soli quattordici anni. In quel periodo di
apprendistato suonò anche con la band di Tommy Douglas
(Eskridge,
KS, 9 novembre 1906 - Sioux Falls, SD, 9 marzo1965).
La scuola delle jam-session al Reno Club (12th
Street, between Cherry Street and Locust Street, Kansas
City, MO)
ed al Sunset Club (12th
and Highland,
Kansas City, MO),
locali nei quali il giovane Parker si recava con maggiore
interesse, insieme ai suoi sforzi per personalizzare la sua
musica, lo portarono ad essere un musicista di primo piano
già nel 1937, anno in cui ebbe scritture in due
delle migliori orchestre della zona, quelle di Buster
Smith e di Jay McShann
(James Columbus;
Hootie, Muskogee,
OK, 12 gennaio 1916) ed
in quella di George Ewing Lee (Booneville,
MO, 28 aprile 1896 - San Diego, 2 ottobre 1958).
Il contrabbassista Gene Ramey (Austin,
TX, 4 aprile 1913 - Austin, 8 dicembre 1984),
che suonò spesso con Parker in quegli anni, ricorda:
«Dal tipo risibile che era, Charlie si era trasformato
in un sassofonista degno di essere ascoltato. Ora non aveva
più quella sonorità dolciastra. Ne aveva una sua
personale: nitida e senza molto vibrato. Le sue idee erano
ancora bizzarre, roba come i raddoppi del tempo e certe
strambe modulazioni fuori dalla tonalità, ma ora avevano un
senso. Conosceva a memoria tutti gli assoli di Lester Young,
un Lester che suonasse l'Alto, ma si avvertiva già
qualcosa di suo. E questo qualcosa faceva molta differenza»
[6]
Il
suo caporchestra Jay McShann, parlando delle
partecipazioni di Parker a certe jam-session ha detto:
«Quello che soprattutto contava nelle jam-session erano
le idee musicali. Charlie era in grado di reggere il
confronto coi colleghi più anziani, alcuni dei quali
avevano già anni di esperienza nelle grandi orchestre. Era
uno strano ragazzo, molto aggressivo e informato su tutto ciò
che accadeva» [7]
A
diciotto anni diventa padre, ma questo non fu sufficiente a
farlo rimanere a casa. Si trasferisce a Chicago dove suona
con l'orchestra di Billy Eckstine (William
Clarence, Pittsburgh, 8 luglio 1914
- Pittsburgh, 8 marzo 1993)
e arriva, successivamente, a New York dove raggiunge il suo
vecchio maestro e caporchestra Buster Smith che
raccontò più tardi:
«Aveva un aspetto veramente spaventoso quando venne da
me. Aveva tenuto la scarpe ai piedi per tanto tempo che le
sue gambe si erano gonfiate. Ha abitato in casa mia per un
bel po'... Durante il giorno mia moglie lavorava e io me ne
andavo in giro a darmi da fare e lo lasciavo a casa a
dormire nel mio letto. Poi usciva, suonava tutta la notte da
qualche parte e quindi tornava e andava a dormire nel mio
letto. Lo facevo uscire nel pomeriggio prima che mia moglie
rientrasse. A lei non piaceva che dormisse nel nostro letto
perché non si spogliava prima di coricarsi. Lui se ne
andava al Monroe's e suonava tutta la notte. I ragazzi
cominciavano ad ascoltarlo attentamente» [8]
Oltre al Clark Monroe's, Parker lavorò anche al Jimmy's
Chicken Shack (un elegante locale di Harlem) come
sguattero per nove dollari a settimana: era interessato ad
ascoltare Art Tatum che si esibiva lì e che colpì
in modo particolare Charlie per la freschezza delle frasi
nei suoi assoli e per l'impareggiabile capacità tecnica.
Quando il pianista se ne andò, scritturato in un locale di
Hollywood, si licenziò anche Parker. Successivamente lavorò
al Parisien Ballroom, una sala da ballo vicino a
Times Square e, dopo essere tornato a Kansas City per il
funerale del padre, si diresse nuovamente verso New York
dove dal 1939 al 1942 farà di nuovo parte
della compagine di Jay McShann. In questo periodo il
sassofonista di Kansas City mise a punto il suo stile e
realizzò le prime incisioni.
La prima avvenne a Wichita: il 9 agosto 1940, di
venerdì, al Trocadero Ballroom con una formazione
dell'orchestra di McShann che registrò Jumpin' At
the Woodside e I
Got Rhythm con
il seguente organico:
Buddy
Anderson e
Moten Swing Orville
Minor, trombe
Bud Gould, trombone
John Jackson, sax
alto
Charlie Parker, sax
alto
Bob Mabane,
sax tenore
Jay McShann, piano
Gene Ramey, basso
Gus Johnson, batteria
Ne
seguì una seconda il 30 novembre 1940, di sabato,
sempre a Wichita, in una trasmissione radio KFBI, in cui
registrarono i brani I
Found a
con la seguente formazione:
Buddy
Anderson e Orville
MinoHoneysuckle
Roser,
trombe
Bud Gould, trombone e violino
William Scott, sax tenore
Charlie Parker, sax
contralto
Jay McShann, piano
Gene Ramey, basso
Gus Johnson, batteria
Il
lunedì successivo, il 2 dicembre, la stessa formazione,
con la sola eccezione di William J. Scott che venne sostituito
al sax tenore da Bob Mabane, per la stessa trasmissione
radio registrò ( ),
Lady Be Good ( ),
Coquette ( ),
( )
e Wichita Blues ( ).
In queste due sedute Parker già spicca sugli altri
in maniera inequivocabile: in Honeysuckle Rose
( )
il tempo è vicino a 300 di metronomo, quasi impossibile
per gli altri fiati, ma non per Bird (il nome con il quale
Charlie era sempre più spesso chiamato) che entra dopo l'incerto
assolo di tromba in maniera impetuosa, suonando frasi condite
di seconde e settime maggiori e di accordi diminuiti, usanConfessin'
the Blues ( )
do quel raddoppio
di tempo che diventerà caratteristico del Bebop. In Lady
Be Good ( )
si percepisce chiaramente la perfetta conoscenza che Parker
ha di Lester Young, riuscendo a suonare come il suo maestro
tenorista, ma ad un tempo più veloce: alternanza di suoni
lunghi e corti, contrasti di suono ottenuti con diteggiature
diverse, linea melodica che rapidamente sale e scende sono
tutte caratteristiche che Bird ha ereditato da Lester Young.
L'altra
incisione da ricordare, in questa fase, è quella di Dallas
effettuata per la Decca il 30 aprile 1941.
L'orchestra di McShann al completo registrò Swingmatism
( ),
un brano inedito, Hootie Blues ( ),
arrangiato da Charlie e Dexter Blues ( );
McShann eseguì da solo due blues veloci al piano e Walter
Brown cantò con l'accompagnamento della sezione ritmica
(McShann, Ramey, Gus Johnson). Quest'ultimo brano fu il
più gradito dal pubblico e il relativo disco balzò in testa
alla hit-parade del rhythm and blues. Sul retro di Confessin'
the Blues venne inserito Hootie Blues, brano
apparentemente meno riuscito, ma che conteneva, tra l'introduzione
orchestrale e la parte cantata da Walter Brown, dodici battute
di sax contralto della durata di circa trenta secondi (metronomo=100)
che rivelarono una concezione jazzistica completamente nuova.
Ci sono ben sette cadenze, una serie di salite e discese
vertiginose, ed anche gli intervalli più comuni (terza,
quinta e tonica) eseguiti in maniera diversa. "Hootie"
rappresenta una pietra miliare nel jazz, nonostante la breve
durata del solo del sax alto e molti musicisti rimasero
folgorati da questa esecuzione.
Racconta Sonny Criss (Memphis,
23 ottobre 1927 - Los Angeles, 19 novembre 1977),
una futura stella del jazz che studiava l'alto a Los Angeles
dove comperò il disco:
«Non c'era il nome del sassofonista né sull'etichetta né
su nessuna rivista musicale. Sapevo solo che un musicista
che forse non avrei mai conosciuto o risentito aveva
scoperto una strada nuova nel blues. Quell'assolo di Hootie
Blues mi aprì un orizzonte del tutto nuovo»
[9].
Charlie
Parker, quindi,
alla fine del 1941 (a soli 21 anni!) era già un
personaggio di primo piano nel mondo del jazz e stava
apportando quelle modifiche al linguaggio che porteranno
dirette alla rivoluzione del Bebop.
Sfortunatamente
non ci sono pervenute registrazioni di Parker che suona al
Monroe's nel 1941 in quanto Newman non amava le esecuzioni
di Bird, preferendo i sassofonisti più «ortodossi»
come Benny Carter e Herbie Fields (Elizabeth,
NJ, 24 maggio 1919 - Miami, 17 settembre 1958).
Solo un anno più tardi comparirà un altro tecnico
dilettante, Dean Benedetti, che, al contrario,
avrebbe spento il suo registratore su chiunque, ma non su
Charlie del quale aveva capito il genio musicale.
Le
voci sulle performance di Parker nell'autunno del 1941
circolavano sempre più fitte nell'ambiente e al Minton's si
cominciò a parlare di questo sassofonista che suonava
l'alto come Lester Young, ma due volte più veloce. Kenny
Clarke e Thelonious Monk erano scettici nei riguardi di
queste notizie, considerando Lester Young imbattibile al sax
e avendo come massimo esempio di suonatore di alto Johnny
Hodges (Cambridge,
Massachussets 25 luglio 1907 - New York, 11 maggio 1970) che
già da un decennio si esibiva ad altissimi livelli
nell'orchestra di Duke Ellington, ma con un linguaggio assai
diverso da quello che stava prendendo corpo al Minton's. Una
sera, però, Clarke e Monk decisero di andare
al Monroe's a controllare di persona cosa succedeva e
trovarono un uomo più giovane di loro, occhiali scuri
sportivi, abiti non stirati che suonava chorus su chorus
come se la musica fosse l'unica ragione di vita.
Ricorderà anni dopo Clarke:
«Bird suonava roba che non avevamo mai sentito. Faceva
col sax quello che credevo di aver inventato io con la
batteria. Era due volte più veloce di Lester Young e con
accordi che Lester non aveva mai toccato. Bird correva nella
nostra stessa direzione, ma era molto più avanti di noi.
Forse non aveva compreso fino in fondo cosa aveva creato... Bird
non parlò molto. Fu calmo e riservato, mite. Dopo avergli
dato un paio di dollari, gli proponemmo di trasferirsi dal
Monroe's al Minton's. Teddy Hill si rifiutò di pagare un
altro uomo, così decidemmo di fare una colletta e dargli
qualcosa. Lo invitati a stare nell'appartamento che dividevo
con Doc West, altro batterista e buon cuoco.
Cominciammo a farlo mangiare. Era magro e affamato. Fin
allora aveva cercato di sopravvivere con il
"piatto" del Monroe's. Ben presto il Minton's
divenne un posto poco gradevole per la vecchia guardia.
Dizzy cominciò a venire regolarmente e così gli strumenti
furono quattro: tromba, sax alto, piano e batteria. Era
questa la formazione che doveva sfondare, con l'aggiunta di
un buon bassista. Una notte, dopo settimane di tentativi, Dizzy
riuscì a battere Roy Eldridge. Una sola notte tra tante, ma
per noi fu il via. Roy era in cattedra da anni. Questo ci
diede una gran forza. A rendere le cose ancor più ostiche
per gli estranei, inventavamo riff sempre più difficili.
Gli uomini dello swing che volevano suonare con noi si
trovavano malissimo. E poi per forza smettevano di suonare.
Quando il Minton's chiudeva, andavamo a mangiare e suonare
fino a mattina al Monroe's. Non sapevamo dove saremmo andati
a finire con quella musica. Però ci divertivamo e ci
sfogavamo»[10].
Le
jam-session del Minton's nel 1941, in definitiva, servirono
soprattutto a far nascere legami di amicizia fra i futuri
esponenti del jazz moderno e a far in modo che le ricerche
dei singoli musicisti cominciassero a convergere per
arricchire un linguaggio che stava acquisendo una forma
sempre più chiara.
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1944
L'esplosione del bebop
All'inizio
del 1944 il quintetto di Dizzy Gillespie e Oscar
Pettiford (Okmulgee, 30
sett 1922 - Copenhagen, 8 sett 1960), primo complesso
veramente bop della storia, esordì all'Onyx Club,
nella Cinquantaduesima Strada di New York, seminando lo
sgomento fra il pubblico e gli altri musicisti. Raccontò
anni dopo Dave Tough (26
apr 1907 - 9 dic 1948) (batterista della
tutt'altro che conservatrice orchestra di Woody Herman)
che ascoltò il quintetto all'Onyx insieme ad altri
colleghi: «Appena fummo entrati quei tipi afferrarono i
loro strumenti e si misero a suonare quella loro roba folle.
Uno si interrompeva improvvisamente, un altro cominciava a
suonare senza una ragione al mondo. Noi non avremmo mai
saputo dire quando un assolo avrebbe dovuto cominciare o
terminare. Poi tutti quanti smisero di punto in bianco di
suonare e se ne andarono dal podio. Eravamo spaventati»[1].
Ma non mancarono coloro che accolsero con interesse
la nuova musica, come ricordò Dizzy Gillespie: «Il
pubblico era fantastico. Quella gente si rendeva conto che
qualcosa di nuovo stava succedendo. Il locale era sempre
pienissimo. Una sera venne a sentirci Jimmy Dorsey.
Noi andavamo fortissimo e lui non credeva alle proprie
orecchie. La sera dopo tornò e non si ubriacò. Era
perfettamente sobrio, maledettamente sobrio: e questo non
gli succedeva spesso! Aveva un piccolo ricevimento, dopo, al
suo albergo, l'Hotel Astor, e mi invitò. Mentre camminavamo
per la strada mi abbracciava. Diceva: "Accidenti!
Quella roba che state suonando... Ti scritturerei di sicuro
nella mia orchestra se la tua pelle non fosse così scura!".
Gli dissi: "Caro mio, se non fossi così non sarei
capace di suonare in questo modo"»[2].
Le
caratteristiche vincenti del quintetto di Gillespie e
Pettiford furono la straordinaria abilità e creatività dei
componenti e, soprattutto, la comune concezione della
musica, caratteristica che mancava in molti complessi che si
esibivano nei sempre più numerosi locali della
Cinquantaduesima Strada. L'unico a non essere in completa
sintonia con i colleghi era Don Byas (Carlos
Wesley "Don" Byas: Muskogee, 21 ott 1912 -
Amsterdam, 24 ago 1972),
seguace di Coleman Hawkins, che fu sostituito da Budd
Johnson (Albert J.
Johnson: Dallas, 14 dic 1910 - Kansas, 20 ott 1984).
Si può affermare con certezza che la musica del quintetto
fu un primo punto di arrivo degli esperimenti cominciati al
Minton's e proseguiti nell'orchestra di Earl Hines, portando
ad una definizione del linguaggio sempre più chiara.
Altre
innovazioni si aggiunsero a quelle già sperimentate fino a
quel momento: la più importante, ideata da Oscar Pettiford,
fu la sistematica esposizione del tema, all'inizio ed
alla fine di ogni brano, da parte di tromba e sassofono,
all'unisono. Anche il termine Bebop nasce ufficialmente
all'inizio del 1944 all'Onyx: era una parola in cui
onomatopeicamente si rifletteva l'intervallo allora più in
auge: la quinta diminuita discendente. I termini «Bebop»
o «Rebop» nacquero spontaneamente quando si vollero
cantare simili intervalli. Bisogna dire, comunque, che le
spiegazioni sulle origini della parola «Bebop» sono
rimaste discutibili come nel caso della maggior parte dei
termini jazzistici. Nel gergo della gioventù americana, ad
esempio, «bebop» o «rebop» significava rissa,
coltellate.
La
quinta diminuita rappresentò l'intervallo più importante
del Bop, non essendo impiegata «di passaggio»
Max is making wax ( ),
o per realizzare particolari effetti armonici prediletti
da Duke Ellington o Willie «The Lion» Smith già
negli anni Venti, ma caratterizzando un intero stile. La
quinta diminuita divenne così usata dai jazzisti che, nel
giro di circa dieci anni, venne impiegata stabilmente come
«blue note», con lo stesso effetto delle terze minori
e delle settime minori che caratterizzano il blues.
Diversi
brani suonati dal quintetto di Gillespie e Pettiford all'Onyx
fecero colpo. Tra questi vanno ricordati il già citato Salt
Peanuts ( ),
nel quale Dizzy si divertiva a ripetere le parole del titolo
sul sussultante motivo del tema, For bass di Oscar
Pettiford, che sarà ribattezzato One bass hit e affidato
a Ray Brown (Raymond
Matthews Brown: Pittsburgh, 13 ott 1926),
il più interessante bassista della nuova generazione, e
nel quale Roach esibiva le sue eccezionali qualità
di batterista virtuoso. Il quintetto proseguì il lavoro
all'Onyx Club per tre mesi, fino a quando Gillespie e Pettiford
si separarono, facendo in modo che i gruppi bop di New York
diventassero due. Il trombettista portò con se Budd Johnson
e Max Roach in un altro locale della Cinquantaduesima Strada,
lo Yacht Club (dove lavorava anche Billy Eckstine);
il bassista rimase all'Onyx dove sostituì i partenti con
musicisti di minore rilevanza, tra i quali Joe Guy (Birmingham,
20 sett 1920). Intanto,
sfruttando il fatto che le case discografiche cominciavano
a ribellarsi al blocco imposto dai sindacati, si realizzarono
le prime incisioni del nuovo jazz, tenute a battesimo da
Coleman Hawkins che, entusiasta dei «nuovi suoni», diede
il suo nome a un complesso di studio costituito dalla maggior
parte dei musicisti del primo quintetto all'Onyx e da qualche
altro.
Un
altro evento importante per il Bebop nel 1944, fu la nascita
dell'orchestra di Billy Eckstine. Billy Shaw,
manager di Eckstine da sempre molto ambizioso, spinto dalle
pressioni di Dizzy Gillespie, si convinse che la formazione
di una grande orchestra priva di compromessi (tipo quella
di Earl Hines) non era una idea irrealizzabile e poteva
essere un affare per lui vantaggioso. Anche Charlie Parker,
che dopo la chiusura dell'orchestra di Hines aveva lavorato
per un periodo a Washington con Sir
Charles Thompson ed era tornato nella ormai desolante
Kansas City, si faceva spesso sentire con i suoi amici newyorkesi
spingendo affinché si realizzasse il progetto di una nuova
band. Billy Shaw pensò che l'uomo giusto per portare a termine
il progetto era proprio Eckstine che immediatamente prese
a tastare il terreno qua e là. Eckstine era un personaggio
anomalo nel mondo del jazz: ventinovenne, famiglia medio
borghese di Pittsburgh, aveva studiato alla Howard University.
Lo chiamavano «B.E.» o «Mr. B» o anche solo
«B», soprannome dovuto, secondo Ross Russell,
alla sua abilità nelle improvvisazioni in Si (B nella
edizione americana). Era un bellissimo ragazzo e doveva
rifiutare in continuazione gli inviti di donne che gli davano
la caccia. Suonava tromba e trombone, ma si sentiva abbastanza
frustrato come musicista , tanto che avrebbe volentieri
scambiato la sua voce con le capacità improvvisative dei
ragazzi che lo accompagnavano. «B» iniziò la sua carriera
nei night di Buffalo e Detroit per poi lavorare al Club
de Lisa di Chicago, sulla statale Sud. Fu lì che Budd Johnson
lo propose a Earl Hines il quale era in cerca di qualcuno
che potesse sostituire Herb
Jeffries (Detroit,
24 set 1916). Eckstine
entrò a far parte dell'orchestra di Hines nel 1939
e subito incise un disco di successo per la Bluebird
(etichetta di «razza» della RCA): Jelly, Jelly
( ),
versione aggiornata del vecchio blues. «Mr. B» aveva una
voce da baritono con una estensione vocale molto ampia.
I giornalisti definirono la sua voce «vellutata»,
le donne «sexy», ma le sue capacità andavano al di
là del timbro molto particolare: era un vero cantante di
jazz, come Sarah Vaughan (Sarah
Lois Vaughan: Newark, 27 mar 1924 - Los Angeles, 3 apr 1990).
Billy Shaw, dopo aver trovato i soldi all'agenzia di William
Morris, agì nel modo classico: Eckstine e l'orchestra ancora
immaginaria furono venduti alla De Luxe Records,
una casa indipendente che non rispettò i bandi proibizionisti
dell'AFM[3] firmando con Petrillo molti
mesi prima che le principali case discografiche trovassero
finalmente un accordo con il sindacato. Il 13 aprile
1944, mentre Parker era ancora a Kansas City, «B» registrò
tre facciate a New York per la De Luxe: Good Jelly,
parafrasi del precedente successo inciso per la Bluebird,
I Stay in the Mood for you ( )e
I Got a Date with Rhythm ( ).
I negozi e i juke-box accolsero questi dischi con enorme
entusiasmo, visto che da due anni non avevano ricevuto nulla,
e Billy Shaw cominciò ad essere tempestato da telefonate
di gestori di sale da ballo. In pochi giorni Shaw perfezionò
il suo accordo con l'agenzia di William Morris ed Eckstine
partì alla volta di Detroit e Chicago alla ricerca dei suoi
uomini-chiave. In quei giorni Parker aveva appena
finito di lavorare al Mayfair di Tootie e si era
diretto a Chicago dove ottenne un ingaggio con la Noble
Sissle Orchestra, un gruppo di vecchio stampo che si
esibiva al nuovo Rumboogie Club. «Mr. B» disse a
Bird che il progetto dell'orchestra stava andando in porto
e che aveva intenzione di affidargli la parte di primo alto
e la responsabilità di formare tutta la sezione delle ance.
Charlie accettò, nonostante il disappunto per non essere
stato nominato direttore musicale della band (ruolo affidato
a Gillespie), e cominciò a cercare i suoi uomini. Dizzy
e Eckstine si occuparono degli ottoni e della ritmica e
la compagine al completo si presentò così:
Charlie
Parker e John
Jackson, sax
alto
Gene Ammons e Tom
Crump, sax
tenore
Leo Parker, sax
baritono
Dizzy Gillespie,
Buddy Anderson, Gail Brockman, Shorty McConnel,
trombe
Benny Green, Rudy
Morrison, Howard Scott, tromboni
La
sezione ritmica era composta dal trio dello Yacht Club (John
Melachi, Connie Wainwright e Tommy Potter)
con l'aggiunta del percussionista Shadow Wilson, un
ex-Hines. A completare la band giunse anche la straordinaria
voce di Sarah Vaughan.
L'orchestra
si presentò subito come il manifesto dell'avanguardia e
poteva contare su un nucleo di musicisti collaudato che
conferì al gruppo una coesione interna essenziale,
comprendendo nove veterani della Earl Hines Orchestra (Eckstine,
Vaughan, Parker, Crump, Gillespie,
Brockman, McConnell, Green e Harris)
e tre musicisti di Kansas City già attivi nella Jay
McShann Orchestra (Parker, Anderson, Jackson).
Era nata l'orchestra che avrebbe fatto conoscere il Bebop a
tutti gli Stati Uniti.
I
problemi da affrontare non si fecero attendere e, nel giro
di poche settimane, tre componenti ricevettero la cartolina
di leva: il trombonista Benny Green, il batterista
Shadow Wilson e il sassofonista Tom Crump che
fu subito rimpiazzato da Junior Williams (un ex-McShann).
Inoltre si dovette far fronte alla mancanza di arrangiamenti,
visto che gli strumentisti di Eckstine erano più improvvisatori
che compositori e, nonostante Dizzy si adoperasse nell'orchestrare
vari brani, c'era bisogno di altro materiale. Acquistati
gli arrangiamenti di Count Basie e di Boyd Raeburn,
l'orchestra si mise in marcia per Wilmington, Delaware dove
esordì nel giugno 1944 priva del suo direttore musicale
in quanto Gillespie, addormentatosi in treno, non si svegliò
in tempo e senza un batterista vero e proprio. Il problema
della sostituzione di Shadow Wilson non fu di semplice risoluzione
e, dopo aver fatto centinaia di telefonate, «Mr. B» ingaggiò
Art Blakey (Abdullah
Ibn Buhaina: Pittsburgh, 11 ott 1919 - New York, 16 ott
1990) il quale,
però, sarebbe arrivato solo dopo un mese, al termine del
suo ingaggio col Tic Toc di Boston. La band tirò
avanti comunque con successo grazie alle voci di Sarah Vaughan
e di Billy Eckstine e sfruttando l'apprezzamento che il
pubblico aveva per la musica da ballo, ottimamente eseguita
anche con il gruppo incompleto. L'itinerario portò l'orchestra
fino in Florida e poi verso sud-ovest, attraverso il profondo
Sud e il Texas. A Kansas City la compagine di «B» fu raggiunta
da Tadd Dameron (Tadley
Ewing Peake Dameron: Cleveland, 21 feb 1917 - New York,
8 mar 1965), pianista
già attivo con Harlan Leonard (Harlan
Quentin Leonard: Kansas City, 2 lug 1905- Los Angeles, 1983)
e Andy Kirk (Andrew
Dewey Kirk: Newport, 28 mag 1898 - New York, 11 dic 1992),
che non si occupò di suonare, ma di realizzare arrangiamenti
adatti a quel tipo di gruppo. Scrisse numerosissimi spartiti
e portò con se due pezzi straordinari, Cool Breeze ( )
e Ladybird, in trascrizioni molto moderne. Il contributo
che diede all'orchestra e allo sviluppo del Bebop con i
suoi pezzi e con i suoi arrangiamenti fu di valore notevolissimo.
Arrivarono altri arrangiamenti di Budd Johnson e
Gil Fuller (14
apr 1920) e,
nella tappa di St. Louis, finalmente anche la sezione ritmica
cominciò a funzionare dopo l'arrivo di Art Blakey.
Le
giornate di St. Louis furono memorabili: l'organico era
finalmente completo, gli arrangiamenti erano pensati per
quella orchestra e per quegli uomini, l'entusiasmo era alle
stelle. A St. Louis molti musicisti rimasero di stucco
nell'ascoltare l'orchestra di Eckstine e, in particolare,
apparvero «rivoluzionarie» le evoluzioni di Charlie
Parker e Dizzy Gillespie che erano le vere stelle
del Bebop. Tra i musicisti rimasti affascinati dalla «nuova
musica» e dai suoi eroi ce ne era uno che sarebbe diventato
un altro grande rappresentante del Bop per poi spiccare il
volo verso una carriera caratterizzata dalle più svariate
esperienze nel mondo del jazz e non solo. Stiamo parlando
dell'allora diciassettenne Miles
Davis (Miles Dewey
Davis III: Alton, 26 mag 1926 - Santa Monica, 28 set 1991).
Miles
Davis nacque ad
Alton, nell'Illinois, nel 1926 e trascorse la sua
infanzia a East St. Louis, dove la sua famiglia si era
presto trasferita. A differenza della maggior parte dei
jazzman, la sua vita fu agiata (suo padre era un dentista),
ma il giovane Miles dovette subito accorgersi della
differenza che lo separava dai suoi vicini bianchi. Ha
raccontato: «Una delle prime cose che io ricordi di
quando ero bambino è un uomo bianco che mi correva dietro
per la strada gridando "Nigger! Nigger!"»[4].
Presto si trovò tra le mani una tromba regalatagli per il
tredicesimo compleanno da suo padre che lo spinse a studiare
con grande impegno sotto la guida di Elwood Buchanan,
un trobbettista dell'orchestra di Andy Kirk. Già in questa
fase imparò a suonare senza vibrato, ma veloce e leggero,
secondo la scuola tipica di St. Louis. Molti trucchi del
mestiere furono imparati da Miles grazie alla sua amicizia
con Clarke Terry, il primo trombettista di notevole
valore che incontrò. A soli quindici anni cominciò a
suonare professionalmente con un'orchestra locale, i Blue
Devils di Eddie Randall (dove incontrò Jimmy
Blanton) e, successivamente, venne invitato a suonare
nella formazione di Tiny Bradshaw, rifiutando il
lavoro per la ferma opposizione della madre la quale
desiderava che terminasse gli studi alla Lincoln High School.
Fino ai diciotto anni Davis arricchì la sua cultura
musicale ascoltando i grandi musicisti del momento, come Lester
Young, Art Tatum, Duke Ellington e,
naturalmente, i trombettisti Roy Eldridge, Benny
Carter, Kenny Dorham e Fats Navarro, ma già
intuendo la possibilità di andare alla ricerca di una sua
strada.
Miles ricorda così l'esperienza dell'ascolto
dell'orchestra di Billy Eckstine: «Gente, sentitemi
bene. La sensazione più fantastica che abbia mai provato
nella vita, intendo dire con i miei vestiti addosso, è
stato quando ho sentito per la prima volta Diz e Bird
suonare insieme a St. Louis nel Missouri nel 1944. Avevo
diciotto anni e mi ero appena diplomato alla Lincoln High
School. Il posto era proprio al di là del Mississippi, a
East St. Louis, Illinois. Quando ho sentito Diz e Bird che
suonavano nella B band, B sta per Billy, Billy Eckstine [5],
cantante e leader di un'orchestra, mi sono detto "Cosa?
Che diavolo è questa roba?". Gente, quella era merda
davvero grandiosa. Lasciatemelo dire, terrificante. Voglio
dire. Erano tutti insieme in quella band: Dizzy Gillespie,
Charlie «Yardbird» Parker, Buddy Anderson, Gene
Ammons, Lucky Thompson e Art Blakey, per
non parlare poi di Mr. B, ovvero Billy Eckstine.
Gente, quella roba ti si ficcava tutta su per le ossa. La
musica se ne andava per tutto il corpo, e questo era
esattamente quello che volevo sentire. Il modo in cui quella
band suonava, bene, era tutto quello che avevo bisogno di
sentire. Era davvero qualcosa. E là sopra c'ero anch'io a
suonare con loro»[6].
E infatti Miles, come in una favola, ebbe
immediatamente la possibilità di suonare con l'orchestra di
Eckstine, chiamato a sostituire lo sfortunato Buddy Anderson,
colpito da una tubercolosi che lo porterà alla definitiva
rinuncia alla tromba. Davis trasse da questa breve
esperienza una carica tale da cambiare tutta la concezione
della sua esistenza. Disse: «La B band cambiò la mia
vita. Decisi allora e di punto in bianco che dovevo lasciare
St. Louis e andare a vivere a New York City dove stava tutta
quella gentaglia»[7]. Anche Sarah
Vaughan fu per Miles una scoperta straordinaria: «Sarah
trillava come Diz e Bird e loro due stavano suonando
veramente di tutto! Voglio dire, sembrava che Sarah fosse
esattamente come un altro ottone. Avete capito quello che
intendo dire? Lei andava su e giù cantando You are my
first love e Bird le stava dietro in assolo. Gente, mi
piacerebbe che tutti quanti avessero potuto sentire quella
roba!»[8].
Dopo
la tappa a St. Louis, l'orchestra si spostò verso nord acquisendo
una coesione sempre maggiore, arrivando alla magica perfezione
delle vecchie orchestre di Kansas City in tempi relativamente
brevi. Nell'ultima settimana dell'agosto 1944 l'orchestra
giunse a Chicago per un ingaggio di quindici giorni al Regal
Theater dove le code al botteghino erano lunghissime.
La sostituzione di Buddy Anderson toccò in questa occasione
ad Howard McGhee (Tulsa,
6 mar 1918 - New York, 17 lug 1987),
trombettista che lavorava in città con Charlie Barnet.
Fu l'ennesimo successo per la compagine di Mr. «B», sottolineato
da una recensione di John Sipple su Down Beat.
Scrisse: «La forza motrice dei sax è Charlie Parker.
Al Regal ho assistito a ben sei spettacoli e mai una volta
che lui abbia ripetuto la stessa idea musicale». Sipple
continuò dicendo che Bird tutte e sei le volte aveva sfoggiato
una diversa improvvisazione nelle sedici battute di raccordo
tra gli interventi vocali di Sarah Vaughan in I'll Wait
and Pray ( ).
Questa recensione può essere considerata la prima segnalazione
ufficiale di Charlie Parker.
Dopo
Chigago l'orchestra si esibì per una settimana al Paradise
Theater di Detroit e fece ritorno a New York. Nel giro
di pochi mesi l'orchestra di Eckstine aveva guadagnato almeno
centomila dollari, l'agenzia di William Morris era
entusiasta e Billy Shaw era l'uomo del momento. La
De Luxe Records fece valere la sua opzione e l'orchestra
si impose tra le più richieste, con ingaggi a livello di
Count Basie e Duke Ellington. L'orchestra sarebbe rimasta
unita fino al febbraio del 1947 accogliendo altri
grandi musicisti tra i quali Dexter Gordon (Dexter
Keith Gordon: Los Angeles, 27 feb 1923 - Philadelphia, 25
apr 1990) e
Lucky Thompson (Eli
Thompson: Columbia, 16 giu 1924)
[9] (entrambi tenorsassofonisti), ma avrebbe
dovuto fare i conti con la voglia di suonare in complessi
più piccoli da parte dei suoi elementi maggiormente rappresentativi.
Il primo a lasciare la compagine di Eckstine fu proprio
Parker, già al ritorno della prima trionfale tournée; «B»
fece del tutto per trattenere Bird, gli offrì anche una
paga più cospicua, ma non riuscì nell'impresa e l'orchestra
partì per Baltimora senza il suo sax alto solista: Charlie
voleva suonare a New York e, soprattutto, voleva suonare
la sua musica senza essere ingabbiato nelle sezioni della
pur eccezionale band nella quale aveva militato.
Alla
fine del 1944 New York era quanto di meglio una città
potesse offrire ai musicisti di jazz, visto l'enorme numero
di locali che erano stati aperti negli ultimi tempi. Il
Minton's era ancora teatro di esaltanti jam-session dove si
continuavano a sperimentare i fraseggi più arditi, mentre
la Cinquantaduesima Strada era ormai caratterizzata da una
sequenza di club talmente numerosi da offrire lavoro a un
grande numero di musicisti. Ricorda Miles Davis, che
giunse a New York proprio nel settembre 1944: «A quei
tempi, il Minton's era il posto per chi voleva suonare il
jazz; non è vero che fosse "La Strada" [10]
come cercano di far credere oggi. Era da Minton's che un
musicista poteva "davvero" affilare i denti, e
soltanto dopo poteva andarsene giù alla "Strada".
La 52° era facile in confronto al Minton's. Andavi alla 52°
per fare soldi e per farti vedere dai critici musicali
bianchi e dai bianchi in generale. Ma te ne andavi su al
Minton's se volevi farti una reputazione tra i musicisti. Da
Minton's molta gente prese molti calci nel culo, voglio dire
che si limitarono a scomparire e non furono mai più sentiti
da nessuno. Ma allo stesso tempo insegnò a un mucchio di
veri musicisti e sicuramente ha contribuito a farli
diventare quello che sono diventati»[11].
Sulla fine che faceva chiunque si presentasse sulla pedana
del Minton's senza avere le capacità di reggere il ritmo
delle session, sempre Miles è eloquente: «Se avevate il
coraggio di saltare sul palco del Minton's e poi non eravate
in grado di reggere il tempo, non eravate soltanto destinati
a vergognarvi per la gente che vi ignorava o vi fischiava
dietro, potevate essere certi di essere presi a calci nel
culo. Una
notte ci fu un tipo, un incapace, che saltò su e si mise a
fare qualcosa, cazzate, più che altro per impressionare un
paio di troiette che aveva con sé al tavolo. Un altro, uno
dei tanti che amava stare lì ad ascoltare la musica, era
fra il pubblico quando questo fottutissimo cazzone decise di
farsi sentire. Non si fece problemi: si alzò con molta
calma dal tavolo, afferrò il non musicista, lo tirò giù
dal palco, se lo tirò dietro fuori dal locale nello spazio
che c'era fra il Cecil Hotel e il Minton's e con molta calma
cominciò a prenderlo a calci nel culo. Voglio dire, lo fece
davvero. Dopo di che, con altrettanta calma, disse al
fighetto di non provare mai più a portare il suo culo nero
lassù sul palco del Minton's prima di essere in grado di
suonare qualcosa che valesse la pena di ascoltare. Questo
era il Minton's. Farcela o tacere, non c'erano vie di mezzo»[12].
Al
Minton's Bird e Diz, quando erano presenti,
erano i re indiscussi assieme a Monk, ma si erano
affacciati alla ribalta altri musicisti di grande abilità
come Eddie «Lockjaw» Davis (New
York, 2 mar 1922 - 3 nov 1986),
il sax tenore che dirigeva l'orchestra di casa e lo straordinario
Fats Navarro (Theodore
Navarro: Key West, 24 set 1923 - New York, 7 lug 1950),
trombettista con il quale Miles Davis suonò molte volte
e, anch'egli, rappresentante di primissimo piano del bebop.
Racconta Miles: «E poi c'era "Fats" Navarro,
che arrivò dalla Florida o da New Orleans. Nessuno sapeva
chi fosse, ma quello stronzo riusciva a suonare come nessuno
aveva mai fatto prima. Era giovane, come me, ma era già
parecchio avanti in quello che lui intendeva dovesse essere
il suo modo di suonare lo strumento. Fats era nella band
di Andy Kirk e Howard McGhee, anche lui un fantastico trombettista.
Una notte lui e io ci demmo dentro in una jam-session che
fu veramente incredibile, fece andare fuori di testa tutti
quanti. Penso che sia stato in una notte del 1944. Da quando
sentii quell'orchestra, Howard divenne il mio idolo, prendendo
il posto di Clark Terry per un po', fino a quando non sentii
Dizzy»[13]. La Cinquantaduesima Strada,
come detto, era ormai il luogo dei club nei quali si faceva
jazz. I locali, alla fine del 1944, erano sette: il Jimmy
Ryan's, l'Onyx, il Famous Door, il Samoa,
il Downbeat,
lo Spotlite e il Three Deuces, tutti raggruppati
sul lato ovest. In questi club c'era quanto di meglio il
jazz (moderno e non) potesse offrire. C'erano Sidney
Bechet, Zutty Singleton, Coleman Hawkins,
Howard McGhee (altro trombettista superbo del Bop
come segnalato nel precedente racconto di Miles Davis),
Max Roach, Kenny "Klook" Clarke,
Art Tatum, Tiny Grimes, Slam Stewart,
Mildred Bailey, Red Norvo, Fats Waller,
Leo Watson, Don Byas ecc. Tra tutti i personaggi
presenti nella Strada in quel periodo, che rappresentano
tutta la storia del jazz, mancava Lester Young, arrestato
in un campo militare della Georgia dopo essere stato pescato
a far bollire cocaina e vino dolce. Anche Charlie Parker,
abbandonata l'orchestra di Billy Eckstine, cominciò a lavorare
nella Cinquantaduesima e, precisamente, al Three Deuces,
locale di proprietà di Sammy Kaye. Kaye, a differenza
di altri colleghi, aveva capito la «nuova musica» e fece
del tutto per ingaggiare Bird. Il club se la cavava piuttosto
bene ed era appena stato assunto Errol
Garner, giovane e sconosciuto pianista di Pittsburg,
che si alternava con un trio composto da Stan Levy (Philadelphia,
5 apr 1925) alle
percussioni, Joe Albany (Atlantic
City, 24 gen 1924 - New York, 12 gen 1988)
al piano e Curly Russell (New
York, 19 mar 1917 - Queens, 3 lug 1986)
al basso. C'era assolutamente bisogno di un fiato e
Kaye riuscì ad avere Parker per 65 dollari a
settimana, poco meno della cifra che Charlie guadagnava
con «Mr. B». Bird presto si lamentò per la mancanza di un
altro fiato, di una tromba, convincendo Kaye ad assumerne
una. Dizzy Gillespie, consultato a Washington, disse
che avrebbe preso in considerazione l'offerta solo al ritorno
di Eckstine a New York e, intanto, qualche volta suonava
al Three Deuces Howard McGhee. Dopo pochi giorni fu offerta
a Parker l'opportunità di realizzare il suo primo disco
per una casa indipendente: la Savoy di Newark. La
persona che si dette più da fare per favorire la firma del
contratto fu il chitarrista di Art Tatum, Tiny
Grimes (Lloyd Grimes:
Newport News, 7 lug 1916 - 4 mar 1989),
il quale era riuscito a convincere la Savoy che lui era
destinato a diventare un grande cantante. La Savoy accettò,
pur non stanziando una grossa cifra per l'operazione, e
il 15 settembre 1944 la seduta ebbe luogo ai Nola
Studios, tra la Cinquantaduesima e la Broadway con Teddy
Reig (New York,
23 nov 1918 - Teaneck, 29 set 1984),
talent-scout della casa discografica, in veste di supervisore.
Vennero scritturati il pianista Clyde Hart (died:
New York, 19 mar 1945),
il batterista Doc West
(Woolford, 12 ago 1915)
e, all'ultimo momento, Charlie Parker al sax alto,
mentre lo stesso Tiny Grimes avrebbe suonato anche la chitarra
elettrica. I musicisti si scaldarono suonando un blues improvvisato
intitolato Tiny's Tempo ( )
e poi passarono ai pezzi vocali programmati. Purtroppo la
performance in veste di cantante di Tiny Grimes fu a dir
poco disastrosa e, nonostante il grande impegno dei musicisti
e i passaggi obbligati del sax alto suonati in modo impeccabile
da Bird, si arrivò a venti minuti dal termine della seduta
(erano state concesse tre ore) senza aver registrato nulla
di accettabile e con Grimes praticamente esausto. A questo
punto Teddy Reig propose ai musicisti di buttar giù qualcosa
per avere a disposizione almeno un'altra facciata e fu così
che ebbe luogo la «prima imperfetta e casuale seduta
d'incisione della discografia bop»[14].
Charlie suonò un motivo sulle armonie di I got Rhythm
di George Gershwin e, dopo una prima registrazione nella
quale gli altri musicisti stentarono a tenere testa a Bird,
la seconda fu considerata buona. Parker propose il titolo
di Red Cross ( )
in omaggio a un certo Cross, valletto personale di Billy
Eckstine. Il brano comincia con un unisono dei cinque strumenti
dove risulta evidente la perizia dei musicisti della Strada
che si amalgamano con estrema facilità, a dimostrazione
del fatto che il nuovo linguaggio faceva ormai parte del
bagaglio culturale di quegli strumentisti.
Ma è il sax alto a prendere prepotentemente il comando
delle operazioni: esegue da solo il bridge (battute 17-24)
facendo crescere la tensione in vista dell'assolo che segue
e nel quale lo stesso Bird, dopo le ultime otto battute
di unisono, sprigiona tutta la sua creatività. Per la prima
volta il suo suono è registrato fedelmente (operazione non
riuscita ai dilettanti Newman e Benedetti) e
risulta chiaro il nuovo stile dello strumento così
descritto da Ross Russell: «Il suono è forte e
virile. L'ancia, del tipo duro, è completamente padroneggiata
e ricca di articolazioni. E' un suono più ricco nel registro
medio che nelle incisioni un po' infantili e liriche di
Wichita, o in Hootie Blues. Ora Charlie è
un adulto che sa dove andare»[15].
Poche settimane dopo vennero lanciati sul mercato
i due brani vocali faticosamente registrati nella seduta
del 15 settembre: I'll Always Love You Just The
Same ( )
con Tiny's Tempo sul retro (SAVOY 526) e Romance
without Finance ( )
con Red Cross sull'altra facciata (SAVOY 532). I
brani cantati da Tiny Grimes, confrontati con quelli di
Eckstine, Vaughan, Jeffries, Sinatra, Como e Crosby, apparvero
ancor più squallidi di quanto erano apparsi ai Nola Studios,
ma le facciate B sarebbero diventate le pietre miliari del
nuovo jazz, tanto che la Savoy accoppiò i due brani strumentali
in un ulteriore disco (SAVOY 541).
Il
complesso del ThreBlue'n
Boogie e
Deuces, dopo qualche rimescolamento nella sezione ritmica,
cominciò a prendere realmente forma con Charlie Parker
al sax alto, Al Haig (Allan
Warren Haig: Newark, 22 lug 1924 - New York, 16 nov 1982)
al piano, Curly Russell (New
York, 19 mar 1917 - Queens, 3 lug 1986)
al basso e Stan Levey (Philadelphia,
5 apr 1925) alle
percussioni. Arrivò anche Dizzy Gillespie, di ritorno
dalla tournée con «Mr. B» dove successivamente il suo posto
sarà preso da Fats Navarro (Theodore
Navarro: Key West, 24 set 1923 - New York, 7 lug 1950),
e il quintetto era fatto: era il futuro complesso senza
Kenny Clarke. Rispetto ad una grande orchestra la
sezione dei fiati era numericamente scarna, ma Bird e Dizzy
suonavano come se ognuno di loro fosse una intera sezione.
I temi erano eseguiti sempre all'unisono, a turno facevano
da voce guida, inventavano contrappunti e, ovviamente, eseguivano
i loro straordinari assoli. Non usavano mai spartiti, era
tutto nella loro testa, i motivi non avevano spesso titoli.
Il repertorio del quintetto comprendeva brani frutto delle
passate jam-session come A Night in Tunisia ( ),
Salt Peanuts ( ),
Epistrophy ( ),
'Round About Midnight ( ),
Swingmatism e nuovi brani elaborati al Three
Deuces come A Dizzy( )
Atmosphere, , Groovin' High, Anthropology
e Shaw Nuff ( ),
quest'ultimo in onore di Billy Shaw. Erano tutti
pezzi basati sulla struttura armonica di brani già popolari:
I Got Rhythm fornì l'intelaiatura armonica a Red
Cross, A Dizzy Athmosphere ( ),
Anthropology ( )
e Fifty-Second Street Theme ( ).
Groovin' High ( )
si basò su Whispering, What is This Thing Called
Love divenne Hot House ( ),
Byas a Drink si trasformò in Stompin' at the Savoy
e Ice Freezes in Indiana che, a
sua volta diventerà Donna Lee.
Chi
Chi ( )
fu dedicato alla migliore amica di Symphony Sid,
il primo disk-jockey ad apprezzare la «nuova musica», Scrapple
from the Apple era un misto di I Got Rhythm e
Honeysuckle Rose. Il repertorio bop andava arricchendosi
di brani che erano «esplosioni di pura energia musicale»[16].
Per
la maggior parte delle persone, recarsi al Three Deuces era
una sorta di shock e nessuna rivista americana parlò
bene della «nuova musica». Gli accordi alterati
eseguiti in tempi rapidissimi risultavano pressoché
incomprensibili anche ai critici di jazz più esperti i
quali non intuirono che quella musica non andava giudicata
con il metro solito attraverso il quale erano abituati a
valutare. Apprezzarono solo le doti strumentali degli
alfieri del Bop, ma presero a chiamare la loro musica «non-jazz»
o «anti-jazz», lamentando una cronica mancanza
di swing e di comunicativa negli assoli di Gillespie e
Parker che, a loro volta, poco fecero per cercare di
spiegare la loro arte. Famosa è rimasta una descrizione del
differente fraseggio di Dizzy e Bird da parte di un noto
critico: «La versione di Parker del Bebop varia da
quella di Dizzy solo per il fatto che lui suona su e giù le
scale cromatiche in tutte le tonalità»[17].
Charlie avrebbe citato per anni questa frase, ammonendo
spesso i suoi musicisti di «stare attenti alle scale
cromatiche»[18]. Anche jazzisti di
primo piano in quegli anni lanciarono accuse velenose alla
nuova musica. Tommy Dorsey affermò che: «Il
Bebop riporta indietro la musica di almeno venti anni»[19].
Louis Armstrong, addirittura, disse che i boppers
suonavano accordi sbagliati, mentre John Hammond definì
il Bop: «una collezione di clichés nauseanti, ripetuti
ad infinitum»[20]. I protagonisti
della rivoluzione non se la prendevano più di tanto e,
anzi, spesso sorridevano di fronte a tanta approssimazione
nei giudizi. Ma, nonostante tutto, il Bebop alla fine del 1944
si impiantò definitivamente nella Cinquantaduesima
Strada dove il gruppo di Parker e Gillespie divenne
l'attrazione principale. Le notti al Three Deuces erano
ormai note in tutti gli Stati Uniti e i musicisti delle band
che arrivavano a lavorare a New York erano disposti anche a
rinunciare al loro ingaggio pur di ascoltare Bird e Diz,
nella speranza di partecipare a una jam-session con loro.
Il
Bebop ebbe delle conseguenze sociali non indifferenti e
proprio al 1944 si può far risalire la nascita del
movimento degli hipster, composto da persone
emarginate, anticonformiste, più ciniche che realmente
ribelli, deluse dalla fine della Seconda Guerra Mondiale che
aveva promesso e non dato ai neri. Gli hipster esaltavano
lo stile di vita dei bopper, così libero da ogni
condizionamento e fu, in particolare, Parker il loro primo
simbolo. Il soprannome di Charlie, Yardbird, poi
abbreviato in Bird, dava proprio l'idea del volo, di
leggerezza, di orizzonti senza limiti, esaltando i seguaci
del musicista di Kansas City. Il movimento, iniziato come un
club di fan, divenne un culto vero e proprio. Ne era a capo Dean
Benedetti (1922 -
1957), californiano
arrivato a New York nell'autunno del 1944, abile suonatore
di strumenti ad ancia ed, in particolare, del sax alto che
aveva suonato in orchestre di San Francisco e Los Angeles.
Dopo aver ascoltato le performance di Parker ed aver
inutilmente cercato di imitarlo usando le sue stesse ance,
il suo stesso tipo di imboccatura, il medesimo modo di
tenere lo strumento, capì che il modo in cui Bird suonava
non era una questione di stile, di metodo o di virtuosismo:
era la vita di quell'uomo, era tutto ciò che Charlie
provava, erano le sue esperienze musicali e non che lo
portavano ad esprimersi in quel modo. Benedetti decise,
quindi, di smettere di suonare il sax alto e di dedicare la
sua vita a seguire Parker e a registrare tutti i suoi assoli
con un registratore portatile anteguerra di fabbricazione
tedesca. Non era granché in quanto a fedeltà, ma Dean
imparò a farlo lavorare al massimo delle sue possibilità.
Seguiva Bird ovunque, al Three Deuces, al Monroe's e nelle
serate fuori città, escogitando ogni sistema per
registrare, anche quando i proprietari dei locali tentavano
di fermarlo. Dean divenne molto amico di Charlie che, grazie
al movimento degli hipster, si sentì più sicuro si sé e
la sua vita, già caratterizzata da una serie di sfizi senza
fine (cibo, alcool, droghe, sesso), divenne ancor più una
sfida ai limiti della resistenza umana, sempre con la
musica, però, al di sopra di tutto.
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1946:
Norman Granz, il Bebop nella West Coast, i Bebop Boys
All'inizio
del 1946 Norman Granz (Los
Angeles, CA 6 ago 1918 - Geneva, Switzerland 22 nov 2001),
un impresario californiano, organizzò un grande concerto da
tenersi al Philharmonic Auditorium di Los Angeles, un
posto decisamente brutto dove da circa trent'anni veniva
elargita musica "colta" al pubblico della
California del sud. Granz voleva ricreare l'atmosfera magica
delle jam-session per un pubblico più vasto e la scelta
ricadde sul Philharmonic Auditorium per la sua grande
capienza: circa duemilaottocento posti.
Il 29 gennaio, data del concerto, il
Philharmonic era tutto esaurito per ascoltare una formazione
comprendente parecchi jazzisti famosi: il trombettista Al
Killian (Birmingham,
AL 15 ott 1916 - Los Angeles, CA 5 set 1950) (ex
Basie, Barnett e Hampton) specialista dei sovracuti, Willie
Smith (William
McLeish Smith: Charleston, SC 25 nov 1910 - Los Angeles, CA
7 mar 1967) (ex
Lunceford) e nientemeno che Lester Young, da poco
tornato sulle scene del jazz, al sax tenore. Al concerto
parteciparono anche Parker e Gillespie che
ebbero l'opportunità di sfoderare i loro assoli bop davanti
ad una platea così ampia. Era, tra l'altro, la prima volta
che Bird suonava con il suo maestro Lester Young e aspettò
con rispetto che Lester attaccasse il primo assolo per
scoprire, purtroppo, di non trovarsi più di fronte al
musicista che tanto lo aveva entusiasmato nelle notti al Reno
Club di Kansas City: era invecchiato e l'esperienza
militare gli aveva tolto qualcosa della sua creatività. Il
concerto ebbe un successo straordinario tanto che Granz
cominciò a pensare ad un progetto ancor più ambizioso:
organizzare grandi concerti di jazz in giro per il mondo.
Nacque così l'idea di «Jazz at the Philharmonic»
che portò il jazz nelle grandi sale da concerto e che
consentì anche ad un pubblico diverso da quello dei club di
fruire questa musica. Parker partecipò anche al secondo
concerto di «Jazz at the Philharmonic» nell'occasione del
quale vennero consegnati i premi di Down
Beat a Willie
Smith (sax alto) e Charlie Ventura (sax tenore) (Charles
Venturo: Philadelphia, PA 2 dic 1916 - Pleasantville, NJ 17
gen 1992). Charlie e
Lester Young, trascurati da Down Beat, si presero una
clamorosa rivincita sul campo: Lester demolì Ventura,
mentre Bird, suonando a livelli straordinari, soverchiò
tutti. Il suo assolo in Lady Be Good è una delle sue
performance migliori. John Lewis (John
Aaron Lewis: La
Grange, IL 3 mar 1920 - 29 mar 2001) disse in
proposito: «Bird ha trasformato "Lady Be Good"
in un blues. E quell'assolo ha fatto invecchiare
musicalmente tutti gli altri in scena quella sera» [1].
Il successo del secondo concerto fu ancor più grande del
primo e il pubblico si mise addirittura a ballare in platea,
con la conseguenza che il Philharmonic Auditorium non fu più
concesso a Norman Granz. Il nome della sala, comunque,
continuò ad identificare quella organizzazione musicale.
Il
gruppo di Parker e Gillespie chiuse al Billy Berg il
primo lunedì di febbraio e nei giorni successivi Bird e
Dizzy, assieme al batterista Stan Levey (Philadelphia,
PA 5 apr 1926), Ray
Brown e George Handy (George
Joseph Hendleman: New York, 17 gen 1920 - Harris, NY, 8 gen
1997) (pianista e
arrangiatore della Boyd Raeburn Orchestra) si
incontrarono per incidere un disco per una nuova etichetta
di Hollywood, la Dial lanciata da Ross Russell.
Purtroppo i musicisti pensarono a tutto tranne che al lavoro
da realizzare e il progetto non fu portato a termine.
Intanto
i contratti californiani erano giunti alla loro scadenza e i
jazzisti, stanchi di percorrere distanze lunghissime nella
West Coast e annoiati dalla monotonia di Los Angeles,
decisero di tornare a New York. Del gruppo dei partenti,
assieme a Gillespie, avrebbe dovuto far parte anche Parker
il quale, però, all'ultimo momento non si presentò
sull'aereo che avrebbe trasportato gli altri musicisti e
prolungò la sua permanenza in California. Bird trovò un
lavoro presso un modesto club appena aperto. Si chiamava Finale,
si trovava al 115 Sud di S.Pedro Str. ed era di
proprietà di Foster Johnson. La straordinaria
personalità di Charlie fece in modo che nel giro di pochi
giorni il Finale diventasse il «Minton's della West
Coast», attirando jazzisti del posto e di fuori tra i
quali Stan Getz, Gerry Mulligan, Red Roney,
Hampton Hawes, Serge Chaloff, Shorty Rogers,
Ralph Burns, Johnny Bothwell, Gerald Wilson,
Sonny Criss, Charlie Ventura e Miles Davis che
si trovava a Los Angeles a suonare con l'orchestra di Benny
Carter. Probabilmente le jam-session del Finale furono
le migliori d'America nel 1946, Cinquantaduesima
Strada e Minton's di New York compresi.
Fu in questo periodo che Ross Russell ascoltò con
attenzione le evoluzioni di Parker e i due cominciarono a
prendere accordi per le future incisioni.
Ross
Russell aveva aperto nell'estate del 1945 un negozio
di dischi, il «Tempo Music» situato al 5946 di Hollywood
Boulevard, e in breve tempo la sua raccolta di dischi entrò
a far parte del repertorio dei collezionisti. In principio
Russell pensava di vendere jazz classico, ma la continua
presenza nel negozio di hipster e fanatici del Bebop trasformarono
il Tempo nel quartier generale della «nuova musica». Dean
Benedetti fu uno dei più assidui frequentatori del Tempo
e, appena arrivato a Los Angeles, cominciò a far ascoltare
le sue bobine a tutti gli appassionati facendo una grande
pubblicità al Bebop. Il bollettino mensile del negozio,
Jazz Tempo, annunciò con un grande titolo: «Il
Bebop invade il West».
Su una parete Russell raccoglieva gli autografi dei
personaggi importanti che visitavano il Tempo e dopo neanche
un anno di vita ce ne erano già di notevoli: Lester Young,
Nat King Cole, Miles Davis, André Previn, Burl Ives, Earl
Robinson, Cisco Houston, Moe Asch, Gerry Mulligan, Howard
McGhee, Stan Getz, Dave Dexter, George Avakian, Boyd Raeburn,
Kid Ory, Norman Granz, Red Rodney e Charlie Parker.
Ross
Russell abbandonò gradualmente il jazz tradizionale
convincendosi che il Bop era la strada da seguire e, resosi
conto che nessuna casa discografica era impegnata a incidere
con continuità la «nuova musica», decise di farlo lui stesso.
Nacque così l'etichetta Dial, alla realizzazione
della quale collaborò anche Marvin Freeman, avvocato
di Los Angeles e socio di Russell. Fu lo stesso Charlie
Parker a presentarsi dal proprietario del Tempo ed a mostrarsi
disponibile alla collaborazione con la Dial, gettando così
le basi per una serie di incisioni che rimarranno nella
storia del jazz. Già dopo il primo incontro tra Russell
e Bird scaturì la firma di un contratto nel quale il sassofonista
di Kansas City si impegnava ad incidere per il periodo di
un anno per la Dial Records che, a sua volta, garantiva
la realizzazione di almeno dodici facciate di venticinque
centimetri con Charlie a capo del complesso e in veste di
solista principale. Un martedì pomeriggio alla fine di marzo,
Bird riunì gli uomini scelti per la prima incisione al Radio
Recorders in Santa Monica Boulevard a Hollywood:
Miles Davis alla tromba, Lucky Thompson (Eli
Thompson: Columbia, SC 16 giu 1924)
al sax tenore, Dodo
Marmarosa (Michael
Marmarosa: Pittsburgh, PA 12 dic 1925)
al piano, Arv
Garrison (Toledo,
OH, 1922 - 1960)
alla chitarra, Vic McMillan al basso e Roy
Porter (30 lug
1923 - 1997) alla
batteria. La scelta di Miles è particolarmente significativa:
Charlie non voleva più saperne di suonare con Dizzy Gillespie
e ricercava uno strumentista in grado di suonare più legato
e con un timbro più caldo, proprio le caratteristiche di
Davis. Gli altri musicisti furono selezionati al Finale
Club. Il primo brano registrato fu Moose the Mooche,
dedicato a Mr. Byrd, pezzo allegro, vivace. Si proseguì
con Yardbird Suite ( ),
un arrangiamento del vecchio What Price Love? e con
Ornithology ( ),
brano costruito sulle armonie di How High the Moon,
per concludere con A Night in Tunisia. In quest'ultimo
pezzo Bird si esibì la prima volta in un inciso stupendo,
ma sfortunatamente c'erano troppi errori degli altri. Dopo
averlo riascoltato lo stesso Parker disse: «Non lo rifarò
più così» [2].
E realmente non riuscì più a suonare come in quella prima
versione. La seduta si concluse alle nove di sera, dopo
sette ore di lavoro, con Charlie che aveva lavorato con
una disciplina mai dimostrata fino a quel momento. Il risultato
di questa prima incisione per la Dial fu sicuramente buono
grazie alle performance di tutti i musicisti. Miles non
suonò dei grandi assoli, ma con il suo timbro riuscì a dare
colore agli insiemi, proprio come nelle intenzioni di Bird.
Ricorderà Davis: «Penso che tutti suonarono molto bene
durante quella registrazione, a parte me. Quella fu la mia
seconda registrazione con Bird, ma non so proprio perché
non riuscii a suonare come avrei potuto. Forse ero nervoso.
Non è che abbia suonato in modo osceno. E' che avrei potuto
suonare molto meglio» [3].
La seduta produsse quattro brani dalle caratteristiche
molto diverse, ma quello meglio riuscito fu sicuramente
Ornithology che divenne un simbolo del Bebop.
Grazie anche a questa incisione, tre dei presenti avrebbero
vinto il premio destinato alle «New Stars» del 1946
in Down Beat: Dodo Marmarosa, Miles
( )Davis
e Lucky Thompson.
La
Dial propose di costituire una casa editrice con lo scopo
di tutelare legalmente e di pubblicare i temi di Parker
il quale, però, non restituì mai la copia dell'accordo con
la sua firma, perdendo ogni diritto sui brani. La Dial,
inoltre, stipulò un contratto con Charlie per il quale Bird
avrebbe ricevuto due cents a facciata per ogni disco contenente
sue composizioni originali venduto. Il disco contenente
Ornithology (Dial 1002) fu lanciato sul mercato ai
primi di aprile con A Night in Tunisia sul retro
e tutto lasciava presagire una continuazione serena del
rapporto tra Parker e la Dial. Ma Charlie, ancora una volta,
ne combinò una delle sue: firmò un documento nel quale cedeva
la metà dei soldi ricevuti dalla casa discografica a Emery
Byrd, il suo fornitore di droga, facendo chiaramente
capire a Ross Russell e Marvin Freeman quanto difficile
fosse avere a che fare con Bird.
Subito dopo la prima incisione per la Dial il club
Finale venne chiuso in quanto considerato locale dove si
spacciava la droga. Ricorda Miles: «La Polizia aveva
chiuso il Finale perché dicevano che laggiù si spacciava,
ed era vero. Ma loro non avevano mai incastrato nessuno.
Così lo chiusero solo su indizi» [4].
Howard e Dorothy McGhee, gestori in quel periodo
del Finale, dopo varie vicissitudini riuscirono a far riaprire
il locale in maggio e Parker ebbe di nuovo un lavoro insieme
a Dodo Marmarosa, Red Callender (George
Sylvester Callender: Haynesville, VA 8 mar 1916 - Saugus,
CA 8 mar 1992), Roy
Porter (30 lug
1923 - 1997) e
lo stesso Howard McGhee (Tulsa,
OK, 6 mar 1918 - New York, 17 lug 1987) alla
tromba.
Charlie
stava cercando di tirarsi fuori dal tunnel della droga,
anche perché Emery Byrd era stato arrestato, ma continuava
a bere alcolici e a condurre, in generale, una vita completamente
sregolata che lo stava portando a distruggersi davanti agli
occhi di tutti. Le sue condizioni di salute erano veramente
pessime quando, il 29 luglio 1946, presso lo studio
C.P. MacGregor, ebbe luogo la seconda seduta di incisione
con la Dial. Gli altri musicisti furono riuniti con molta
fretta: Howard McGhee alla tromba, Jimmy Bunn
al piano, Roy Porter alla batteria, Bob Dingbod
Kesterson al basso. La seduta sarebbe rimasta nella
storia del jazz: si cominciò con Max is Making Wax,
ma tutti i presenti si resero subito conto che Bird non
riusciva a suonare in maniera accettabile. Richard Freeman,
medico e fratello minore di Marvin, dopo aver scambiato
qualche parola con Charlie e verificato che il sassofonista
era denutrito e in preda ad alcolismo acuto, prese la borsa
e gli diede sei pillole di fenobarbital. Dopo qualche
minuto Parker disse che voleva provare a suonare Lover
Man ( )
e si riprovò a registrare. Quello che ne scaturì è una
delle incisioni di Bop più famose: dopo una lunga introduzione
di piano finalmente Bird inizia a suonare, ma con diverse
battute di ritardo sull'inizio del giro armonico. Ross
Russell scriverà: «Il timbro di Charlie era più consistente.
Era però stridente e angoscioso. Il fraseggio rivelava l'amarezza
e le frustrazioni di tutti quei mesi in California. Le note
avevano una solennità triste. Erano note che venivano da
un incubo. Ci fu un'ultima frase quasi sinistra, sospesa,
incompiuta, e poi il silenzio. In regia eravamo imbarazzati,
turbati, ma anche profondamente coinvolti. Non perdemmo
tempo a riascoltare il pezzo» [5].
Quelli nei quali avvenne la registrazione di Lover
Man ( )
furono gli unici minuti, quel giorno, nei quali Bird riuscì
a esprimersi ai suoi livelli, lasciandoci una incisione
che è oggi considerata una delle pietre miliari del Bebop.
I
successivi tentativi di suonare The
Gypsy e Bebop andarono falliti con Parker
che, dopo aver gradualmente perso i suoi riflessi, si lasciò
cadere su una sedia. Fu portato nella sua camera al Civic
Hotel, dietro l'angolo del Finale, dove, dopo essere
sceso per due volte nell'atrio completamente nudo (indossava
solo un paio di calzini), provocò un incendio al suo materasso
che si stava allargando al letto e a tutta la stanza. Presto
arrivarono i pompieri che invasero la camera con asce e
idranti, mentre la Polizia si occupò di Bird del quale non
si ebbero notizie per dieci giorni.
Charlie
era stato trasferito alla guardia psichiatrica locale in
attesa di essere giudicato dal tribunale. Fu imputato di
atti contrari al buon costume, resistenza a pubblico ufficiale,
sospetto d'incendio doloso. Marvin Freeman riuscì a far
giudicare Parker in un tribunale dove il giudice era il
giovane Stanley Mosk (1913
- luglio 2001), noto
per le sue idee liberali. Mosk, appurato che Bird non era
affetto da malattie mentali pericolose, ordinò di portarlo
al Camarillo State Hospital per un periodo di almeno
sei mesi al termine dei quali il caso sarebbe stato riesaminato.
La permanenza al Camarillo restituì a Charlie un buon stato
di salute e, nel gennaio del 1947, il sassofonista
di Kansas City tornò in libertà, pronto per ricominciare
a suonare.
Intanto
Miles Davis si trovava ancora a Los Angeles dove
aveva fatto amicizia con diversi musicisti tra i quali Lucky
Thompson (il suo amico più importante nel periodo della
West Coast), Charles Mingus (Nogales,
AZ 22 apr 1922 - Cuernavaca, Mexico 5 gen 1979) e
Art Farmer (Arthur
Stewart Farmer: Council Bluffs, IA 21 ago 1928 - New
York, Oct 4 ott 1999).
In una città che stava attraversando grandi difficoltà
economiche, Miles lavorò nell'estate del 1946 con lo
stesso Lucky Thompson in un posto che si chiamava Elks
Ballroom. Il bassista del gruppo era Charles Mingus
(altro personaggio destinato a un futuro importante), con il
quale, nello stesso periodo, Davis incise l'album Mingus
and His Symphonic Airs. Alla fine di agosto arrivò a
Los Angeles l'orchestra di Billy Eckstine il quale,
trovandosi senza la prima tromba (Fats Navarro era
rimasto a New York), assunse Miles. La band di Eckstine
nelle versione West Coast 1946 era così composta:
Sonny Stitt, Gene
Ammons, Cecil Payne, sassofoni
Linton Garner, piano
Tommy Potter, basso
Art Blakey, batteria
Miles Davis, Hobart Dotson, Leonard Hawkins,
King Kolax, trombe
La
band di Eckstine non era, in questa versione, così
rivoluzionaria come lo era stata ai tempi di Dizzy e Bird,
ma comprendeva diversi musicisti che avevano già una
mentalità moderna e che in quei mesi ebbero modo di
scambiare le loro esperienze musicali. Tra questi si
segnalano Sonny Stitt (Edward
Stitt: Boston, MA 2 feb 1924 - Washington, D.C. 22 lug 1982),
sassofonista che arrivò a suonare l'alto in maniera molto
simile a Parker (anche se secondo Miles: «aveva più lo
stile di Lester Young» [6]),
Tommy
Potter (Charles
Thomas Potter: Philadelphia, PA 21 set 1918 - mar 1988) e
Art Blakey (Abdullah
Ibn Buhaina: Pittsburgh, 11 ott 1919 - New York, 16 ott
1990). Per tutti questi
musicisti, inoltre, suonare con Mr.«B» che era
ormai un divo a livello di Frank Sinatra, Nat «King» Cole
e Bing Crosby, significò aumentare la notorietà in maniera
notevolissima.
La
band di Eckstine suonò in tutta la California, nonostante
la crisi economica che stava via via costringendo le grandi
orchestre a chiudere e i suoi componenti, quando erano
liberi, suonavano la loro musica più moderna nei locali
dove si svolgevano le jam-session. Tra questi Finale
continuava ad essere il locale leader e Los Angeles poteva
considerarsi ormai una città dove il Bebop aveva una
storia. Alla fine dell'autunno la «B» band riprese la
strada di New York e Miles Davis decise di tornare anch'egli
dall'altra parte degli Stati Uniti, nonostante l'opposizione
di Charles Mingus che lo accusava di abbandonare il suo
maestro Charlie Parker al Camarillo. Ma Miles partì con
l'orchestra che, dopo aver fatto tappa a Chicago, Cleveland
e Pittsburgh, arrivò a New York pochi giorni prima di
Natale.
La dirompenza con la quale il Bebop riuscì ad
imporsi nella West Coast è una chiara dimostrazione della
forza di questa musica e dal 1946 anche a Los Angeles i
musicisti tentarono in maniera sempre più convincente di
imitare i fraseggi di Parker e Gillespie, inventando nuovi
modi di suonare i loro strumenti.
Oltre
ai musicisti già citati che ravvivarono le jam-session in
terra californiana, è doveroso ricordare che in quel
periodo a Los Angeles cominciava a farsi conoscere un
sassofonista che forse più di tutti i suoi colleghi riuscì
a suonare il tenore in modo moderno: Wardell Gray (Oklahoma
City, OK 13 feb 1921 - Las Vegas, NV, 25 mag 1955),
musicista che con Dexter Gordon e Gene
Ammons (Chicago,
IL, 14 apr 1925 - Chicago, IL, 6 ago 1974)
riuscì a conciliare gli stili di Lester Young e di
Parker, attribuendo al sax tenore quella voce strumentale
che «a un certo punto parve obbligatoria per tutti»
[7].
New York, dopo la chiusura di numerosi club avvenuta
alla fine del 1945, visse nel 1946 un anno di transizione,
visto che i grandi protagonisti del Bebop, per diversi mesi,
si trasferirono sulla West Coast, ma ciò non impedì alla
«nuova musica» di dire qualcosa di importante anche sulle
coste dell'Atlantico. Appena tornato da Los Angeles, Dizzy
Gillespie volle tentare una nuova avventura con la creazione
di una grande orchestra. La compagine ottenne subito un
buon successo grazie anche agli ottimi arrangiamenti realizzati
da Gil Fuller, Tadd Dameron e John Lewis.
Fra i solisti spiccavano Kenny Clarke, Milton
Jackson, il trombettista Dave Burns, il tenorsassofonista
JThings
to come ( )ames
Moody e il contrabbassista Al McKibbon. Dal giugno
del 1946 l'orchestra cominciò ad incidere per la
Musicraft. La maggior parte degli arrangiamenti utilizzati
per la prima incisione erano stati realizzati per un'altra
orchestra che Gillespie (spinto da Billy Shaw) aveva messo
su nel giugno del 1945 e che aveva riscosso poco successo.
Si Trattava di brani come Ray's Idea, One
bass hit, Ooop-bop-sh'bame e . Quest'ultimo
pezzo fu particolarmente apprezzato e, nel suo tempo velocissimo,
mostrò chiaramente la potenzialità del nuovo jazz, facendo
conoscere al pubblico le grandi doti di arrangiatore di
Fuller, il primo a tradurre il Bop in versione orchestrale.
L'orchestra suonò, prima della fine dell'anno, all'Apollo
e al Savoy di Harlem, al Paradise di Detroit
e all'Howard di Washington. Nel 1946, inoltre,
cominciò a manifestarsi per quello che realmente valeva,
il talento di uno dei più straordinari solisti di Bebop,
ultimo in ordine di tempo tra gli ideatori della
«nuova musica» a farsi conoscere: il pianista Bud Powell.
Bud Powell nacque a New York nel 1924 e immediatamente
si fece notare per le sue qualità musicali. Studiò il pianoforte
per una decina di anni dedicandosi ai classici, ma, nel
momento in cui dovette cominciare a guadagnare, il jazz
fu una scelta obbligata. Cominciò a suonare per lavoro a
quindici anni dopo aver abbandonato la scuola media, facendosi
le ossa nei locali di Greenwich Village e di Harlem.
Suonò successivamente per Valaida
Snow (Chattanooga,
TN 2 giu 1903 - New York, NY 30 mag 1956),
una trombettista e cantante che ebbe un discreto successo
in Europa e ottenne il primo ingaggio di rilievo nel 1943
quando fu assunto nel complesso di Cootie Williams
(Charles Melvin
Williams: Mobile, AL 24 giu 1910 - New York, 14 set 1985)
con il quale incise
i primi dischi per l'etichetta Hit, mostrando di
non essersi ancora liberato dall'influenza dei vecchi pianisti
di jazz e di non aver trovato, al momento, un suo stile.
Intanto il giovane Bud era già comparso al Minton's nel
1941 al seguito di Monk, ma in pochi gli prestarono
attenzione. Monk fu per Powell il primo esempio da seguire,
ma amava molto anche Art Tatum, Earl Hines e Billy Shaw.
Le prime chiare indicazioni dello stile di Powell
si ebbero quando, sempre con il complesso di Cootie Williams,
incise Blue Garden Blues ( ):
siamo nell'agosto del 1944 e Bud suona già del Bebop.
Le quotazioni del pianista newyorkese stavano salendo nell'ambiente
dei musicisti, tanto che, come già detto, Dizzy
Gillespie e Oscar Pettiford (Okmulgee,
OK, 30 set 1922 - Copenhagen, 8 set 1960)
pensarono subito a lui quando stavano mettendo su il
quintetto che avrebbe portato la «nuova musica» nella Cinquantaduesima
Strada, ma Cootie Williams gli impedì di accettare l'offerta
e Powell perse l'occasione di suonare in quel fantastico
gruppo. Altri problemi impedirono a Bud di arrivare a suonare
nella Strada: nel 1945 fu arrestato per la prima
volta a Filadelfia dopo aver bevuto troppo scatenando un
putiferio; dopo qualche settimana fu ricoverato in un istituto
psichiatrico a Long Island, dove rimase internato per dieci
mesi.
Solo nel 1946 Powell lavorò stabilmente nella
52° Strada nel gruppo di John Kirby (Baltimore,
MD, 31 dic 1908 - Hollywood, CA, 14 giu 1952)
e prese parte a numerose sedute di incisione al fianco
di alcuni dei più autorevoli esponenti del jazz. I gruppi
con i quali nel 1946 Bud incise furono riuniti sotto i nomi
di Dexter Gordon, di J.J. Johnson, di Sonny
Stitt e di Kenny Clarke, tutti personaggi con
i quali si era trovato a suonare nella Strada. Ora il suo
stile è veramente personale e innovativo. Tra quelli incisi,
i brani dove Bud raggiunge i suoi massimi livelli sono Fat
Boy, Webb City, Epistrophy e Royal
Roost, registrati per la Swing con il complesso
di Kenny Clarke.
Dal
1946 la discografia bop cominciò ad essere sempre più
ricca, le incisioni della «nuova musica» non erano più un
fatto sporadico e, cosa importante, si registrò ottima
musica anche con gruppi non comprendenti Charlie Parker e
Dizzy Gillespie che, fino a quel momento, erano sempre stati
presenti, da soli o in coppia, nella realizzazioni dei
dischi che hanno fatto la storia del Bobop. Tra le incisioni
importanti di quell'anno, vanno citate quelle di Fats
Navarro per la Savoy realizzate il 6 settembre
(con Kenny
Dorham, Sonny Stitt, il tenorsassofonista Morris
Laine, il baritonista Eddie De Verteuil, Bud
Powell, il bassista Al Hall, Kenny Clarke)
e il 20 dicembre (con il tenorsassofonista Eddie
"Lockjaw" Davis, il pianista Al Haig,
il chitarrista Huey Long, il bassista Gene Ramey (Austin,
TX 4 apr 1913 - Austin, TX 8 dic 1984),
il batterista Denzil "DeCosta" Best) nelle
quali «Fat Girl» dimostra di essere ormai il
trombettista bop leader della nuova generazione.
Importanti sono anche i dischi dei gruppi denominati The
Bebop Boys, nome generico che include vari complessi
condotti di volta in volta da Charlie Parker, Stan
Getz, Fats Navarro, Sonny Stitt, Bud
Powell, Kenny Clarke, Dizzy Gillespie ed
altri. I Bebop Boys (nelle loro varie formazioni) ci
hanno lasciato registrazioni fantastiche di puro Bebop e le
due prime incisioni avvenute sotto questa denominazione sono
proprio del 1946 (sempre per la Savoy), una
effettuata il 23 agosto (con Kenny Dorham, Sonny
Stitt, Bud Powell, Al
Hall e i batteristi
Wally Bishop e Kenny Clarke), l'altra
realizzata il 25 settembre (con Ray Brown, Dizzy
Gillespie, il trombettista Dave Burns, l'altosassofonista
John Brown, il tenorsassofonista James Moody,
il pianista Hank Jones, Milt Jackson, il
batterista Joe Harris) entrambe ricche di brani
costruiti sulle armonie di I Got Rhythm dove gli
esecutori riescono a dare il meglio di loro.
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1947:
Le incisioni storiche di Bird, il Charlie Parker Quintet a
New York
Nel
1947 il Bebop era una realtà che non poteva più
passare inosservata a chiunque si occupasse di jazz e anche
i musicisti della vecchia guardia erano ormai coscienti del
fatto che con la «nuova musica» bisognava comunque
fare i conti. Si cominciò ad analizzare il nuovo linguaggio
per capire cosa realmente lo differenziasse rispetto al jazz
conosciuto fino a quel momento. Molti parlarono di
rivoluzione, altri di "aberrazione", mentre
i jazzisti della vecchia scuola continuarono ad essere molto
severi. Louis Armstrong disse: «Tutto quello che
vogliono fare è dell'esibizionismo, e ogni vecchio trucco
è buono purché sia differente da quello che voi avete
suonato fino adesso. Così tirano fuori tutti quegli accordi
strampalati che non significano niente, e in principio la
gente prova della curiosità soltanto perché si tratta di
una novità, ma poi si stanca perché non è veramente
buona; non c'è nessuna melodia che si possa ricordare e
nessun ritmo regolare su cui si possa ballare. E così
tornano ad essere di nuovo poveri e non c'è lavoro per
nessuno, e questo è quanto vi ha combinato la malizia
moderna» [1].
La verità era molto diversa in quanto il Bebop non solo
aveva contribuito a far progredire il jazz dal punto di
vista melodico, armonico e ritmico, ma, soprattutto, aveva
portato la musica afro-americana verso una purezza che si
era andata perdendo nell'era dello Swing quando le orchestre
più popolari d'America (costituite per lo più da bianchi)
suonavano musica industrializzata e stereotipata,
essenzialmente da ballo.
Già nel 1947 erano chiare le caratteristiche
fondamentali della «nuova musica». I temi dei brani
composti dai boppers erano «melodie bizzarre,
difficilmente orecchiabili, costruite con frasi
"staccate", zigzaganti, estremamente dinamiche,
caratterizzare da intervalli fino allora inconsueti; frasi
che si reggono, collegandosi fra loro, in un equilibrio
instabile, che sulle prime sconcerta. Molto spesso i nuovi
temi erano tanto diversi da quelli sulle cui armonie erano
fondati da meritare un nuovo titolo ed essere esclusivamente
attribuiti agli autori della elaborazione, e cioè i solisti»
[2].
Anche i giri armonici più tradizionali nel jazz
vennero rinnovati e arricchiti attraverso l'alterazione di
accordi, le sostituzioni e l'uso dei cromatismi, che
portarono, soprattutto con Parker, ai confini della
politonalità.
Dal punto di vista ritmico «una metrica più
libera, peraltro inquadrata nei sacramentali 4/4, una più
varia e capricciosa scansione, che dà respiro alle pause e
rende espressivi i silenzi, sono le caratteristiche salienti
delle frasi bop, che per il variare continuo
dell'accentazione, prima di allora uniforme, assumono un
andamento disarticolato e dinamico. Il sottofondo ritmico si
anima di mille disegni diversi e fa lievitare gli assoli,
che sostiene, sottolinea e commenta in tanti modi; a ben
vedere, anzi, non è nemmeno più il caso di parlare di
sottofondo perché nel Bop la sezione ritmica cessa di avere
il ruolo subordinato che le era stato assegnato in passato,
per intervenire con autorità e fantasia nella creazione del
discorso musicale» [3].
Lennie
Tristano (Leonard Joseph
Tristano: Chicago, 19 mar 1919 - New York, 18 nov 1978),
uno dei più rilevanti musicisti bianchi che si siano
dedicati alla «nuova musica» sintetizza: «Lo swing era
caldo, pesante, rumoroso. Il Bebop è fresco, leggero e
soffice. Il primo procedeva sferragliando e sbuffando come
una vecchia locomotiva... il secondo ha un beat più
sottile, che diventa più pronunziato per mezzo
dell'implicazione. A un così basso livello di volume si
possono introdurre accenti interessanti e complessi... [...]
A differenza di una sezione ritmica che scandisce
pesantemente ogni accordo, quattro colpi per misura, così
tre o quattro solisti possono suonare lo stesso accordo...
la sezione ritmica bebop usa un sistema di punteggiatura ad
accordi. In questo modo, il solista è in grado di udire
l'accordo senza sentirselo cacciare in gola. Può pensare,
mentre suona...» [4].
«Gli
unisoni fra due (o anche più) strumenti a fiato, per
esporre il tema all'inizio e alla fine dell'esecuzione, i
tempi velocissimi staccati spesso dai boppers, col
conseguente virtuosismo di tutti gli strumentisti (certe
volate di semicrome dei trombettisti bop, su tempi veloci,
lasciarono senza fiato gli intenditori, le prime volte che
le sentirono), i bruschi arresti, gli improvvisi "a
capo", i salti di un'ottava, il frequente ricorso al
canto scat [5], divenuto
caricaturale, grottesco, la predilezione infine per le
armonie dissonanti e per l'intervallo di quinta diminuita,
il quale finì per assumere, nel bop, l'importanza e il
valore caratterizzante che hanno le blue notes nella melodia
del blues, erano altri tratti distintivi del nuovo jazz, ai
quali i suoi praticanti restarono, per qualche tempo,
assolutamente fedeli» [6].
Il
1947 ci restituisce un Charlie Parker in buona
salute. Dopo i sei mesi trascorsi al Camarillo, Bird si
sentiva pronto a riprendere la sua attività musicale. Nel
mese di febbraio ricominciò ufficialmente a suonare nel
gruppo di Howard McGhee (Tulsa,
OK, 6 mar 1918 - New York, 17 lug 1987)
al Club Hi De Ho
nella Western Avenue di Los Angeles, dimostrando di non
aver perso lo smalto dei suoi giorni migliori e, dopo aver
appreso che a New York i locali della Cinquantaduesima
Strada erano di nuovo aperti e molto frequentati, decise di
tornare, alla fine dell'inverno, sulle coste dell'Atlantico
dove, Dizzy Gillespie era diventato il protagonista
assoluto della «nuova musica». Ross Russell (Los
Angeles, 1920 - 31 gen 2000),
comunque, riuscì a strappare a Charlie la promessa di
realizzare un'ultima registrazione per la Dial in
terra californiana e Bird, una volta tanto, fu di parola.
La
seduta d'incisione conclusiva per la Dial fu
sdoppiata, grazie ad uno strano concorso di circostanze, in
due giornate. Ross Russell aveva riunito i migliori jazzisti
disponibili nella California del sud in quel periodo: Howard
McGhee, tromba; Wardell Gray (Oklahoma
City, 13 feb 1921 - Las Vegas, 25 mag 1955),
l'entusiasmante nuovo sax tenore della Billy Eckstine
Orchestra; Dodo Marmarosa, piano; Barney
Kessel (Muskogee,
OK, 17 ott 1923),
chitarra; Red Callender (George
Sylvester Callender: Haynesville, VA, 8 mar 1916 - Saugus,
CA, 8 mar 1992), basso
e Don Lamond (18
ago 1920), batteria. Ma
Bird, all'ultimo momento, disse che avrebbe voluto inserire
nel gruppo un cantante conosciuto in un Club della Central
Avenue, un certo Earl Coleman (Port
Huron, MI, 12 ago 1925 - New York, 14 lug 1995).
La Dial non era nata con l'intento di produrre
successi commerciali da juke-box, e Ross Russell, che non
voleva intromissioni nel complesso che aveva organizzato per
la seduta d'incisione, propose a Parker di registrare con
Coleman in un giorno diverso e con un organico strumentale
ridotto. Così il 17 febbraio Earl Coleman, Parker,
Erroll Garner (Erroll
Louis Garner: Pittsburgh, PA, 15 giu 1921 - Los Angeles, CA,
7 gen 1977) e la
ritmica del suo trio si trovarono negli studi C.P.
MacGregor.
Nelle prime due ore Coleman si sforzò al massimo delle
sue possibilità per riuscire a portare a termine a buon
livello solo due brani: Dark Shadows ( )
e This Is Always ( ).
Dopo l'ultima esecuzione di Dark Shadows Coleman
non era più in grado di cantare nulla e, nella successiva
mezz'ora, senza alcun tipo di preparazione, Bird inventò
due pezzi: Bird's Nest ( ),
basato su I Got Rhythm e Cool
Blues ( ),
riuscendo a effettuare sette esecuzioni. «Furono due
dei suoi dischi migliori in assoluto. La collaborazione
tra Charlie e Erroll riuscì a creare questa pagina unica
nella discografia di Charlie: un tipo di musica dolce, distesa
e cantabile. Quando Cool Blues fu lanciato un anno
dopo in Francia, vinse il Grand Prix du Disque. In
America fu un successo di stima, ma vendette piuttosto bene»
[7].
La
seduta d'addio, quella con il gruppo ideato da Ross Russell,
si svolse una settimana più tardi, sempre negli studi C.P.
MacGregor. Le premesse furono tutt'altro che buone:
Charlie, già dalle prove del giorno precedente, pareva
d'umore pessimo e il giorno della registrazione si presentò
con un'ora di ritardo. Dopo varie discussioni tra Parker
e Howard McGhee, la seduta ebbe inizio con circa
due ore di ritardo. Il primo brano eseguito fu Relaxin'
at Camarillo ( ),
uno splendido blues che Bird aveva composto per l'occasione,
suonato subito perfettamente da Charlie, ma non dai suoi
colleghi che ebbero bisogno di cinque esecuzioni. Si proseguì
con tre pezzi di McGhee: Cheers ( ),
Stupendous ( ),
Carvin' the Bird ( ).
Produssero dei buonissimi assoli dello stesso Howard, di
Dodo Marmarosa, di Barney Kessel e di Wardell
Gray, e si concluse con altre quattro facciate di Parker
il quale, appena terminato di suonare l'ultimo brano disse:
«Questo è tutto. Quando appoggerò di nuovo la testa su
un cuscino sarò a New York» [8].
Qualche
giorno dopo Bird partiva in aereo alla volta di New York e
Ross Russell si rese subito conto che, per effettuare altre
incisioni con Charlie protagonista, era necessario spostare
gli uffici della Dial dall'altra parte degli Stati Uniti.
Parker
trovò a New York una situazione notevolmente diversa
rispetto a quella che aveva lasciato sedici mesi prima. Il
Bebop era una musica più apprezzata ed era stato adottato
dalla generazione dei ghetti urbani sotto i trent'anni. In
quasi tutte le grandi città dell'est erano stati aperti
locali sul modello di quelli della Cinquantaduesima Strada,
ma molto più grandi e comodi: l'Argyle Lounge di
Chicago, El Sino di Detroit, altri a Boston,
Philadelphia, Washington, Cleveland, St. Louis, Kansas City
e Milwaukee. Anche dal punto di vista economico per i
musicisti c'era stato un miglioramento notevole e diversi
strumentisti che per anni avevano vissuto tra mille stenti
(tra questi Lester Young), si ritrovarono a guadagnare somme
di un certo rilievo. Tra i jazzisti della «nuova
musica» il più in vista era Dizzy Gillespie il
quale, nel periodo di assenza di Charlie, aveva visto
aumentare a dismisura la sua popolarità.
Il
ritorno di Parker a New York, comunque, interessò subito i
proprietari dei locali e immediatamente gli fu proposto un
contratto della durata di quattro settimane (per ottocento
dollari a settimana), con opzione di rinnovo, per un
complesso di cinque elementi al Three Deuces. Bird
scelse subito i suoi uomini: Miles Davis alla tromba,
Max Roach alla batteria (ormai considerato il miglior
percussionista in circolazione, secondo molti superiore
anche a Kenny Clarke), Duke Jordan (Irving
Sidney Jordan: New York, 1 apr 1922)
al piano e Tommy Potter (Charles
Thomas Potter: Philadelphia, PA, 21 set 1918)
al contrabbasso. Il quintetto debuttò nel mese di
aprile, alternandosi con il pianista Lennie Tristano.
Ricorderà Miles: «Ero veramente felice di suonare
ancora con Bird perché suonare con lui mi faceva uscire il
meglio che avessi dentro in qualsiasi momento. Suonava in
stili talmente differenti e non si ripeteva mai su un'idea
musicale. La sua creatività e le sue idee erano senza fine.
Faceva dannare la sezione ritmica ogni notte. Mettiamo che
si suonasse un blues. Bird partiva sull'undicesima battuta.
Appena la sezione ritmica si trovava lì dove stava, ecco
Bird che si metteva a suonare in un modo che faceva sentire
la ritmica come se battesse sull'1 e il 3 anziché sul 2 e
il 4. Nessuno sarebbe riuscito a stargli dietro in quei
giorni, tranne forse Dizzy. Ogni volta che partiva così,
Max urlava a Duke di non cercare di seguire Bird. Voleva che
Duke rimanesse dov'era, perché non sarebbe stato capace di
ritornare dove doveva essere con Bird e avrebbe mandato a
monte tutta la sezione ritmica. Duke lo faceva molte volte,
quando non ascoltava Max. Vedete,
quando Bird decollava per uno di questi suoi incredibili
assolo, tutto quello che la sezione ritmica doveva fare era
rimanere dov'era e andare via liscio. A un certo punto Bird
ritornava dov'era rimasta la ritmica, perfettamente a tempo.
Era come se lui avesse studiato tutto nella mente. L'unico
guaio è che lui non poteva spiegarlo a nessuno. Dovevi
soltanto lasciarti correre fuori la musica, perché poteva
succedere qualsiasi cosa quando stavi suonando con Bird. Così
imparai a suonare quello che sapevo e ad andare un po' oltre
quello che sapevo. Dovevi essere pronto a tutto.» [9].
Il Charlie Parker Quintet ottenne subito un
successo strepitoso e il Three Deuces divenne ancora una
volta il punto d'incontro dei fanatici del Bebop. Qualche
volta si univa ai cinque Fats Navarro che, secondo
molti, avrebbe dovuto sostituire Miles nel complesso, ma
quest'ultimo era preferito da Charlie per il colore del
suono, per la capacità di amalgamarsi a tutto il gruppo e,
probabilmente, perché non rivaleggiava in maniera così
esplosiva con il sax, come avrebbero fatto le trombe di
Dizzy o di Fat Girl (ndr. Fats Navarro).
Il
quintetto di Charlie Parker effettuò la sua prima incisione
per la Savoy, registrando quattro facciate: Donna
Lee ( )
[10],
Chasing the Bird
( ),
Cheryl e Buzzy
( ).
In questi brani si può apprezzare la grande qualità del
complesso, caratterizzato da una sezione ritmica (con Bud
Powell, nell'occasione, al posto di Duke Jordan) morbida
e lieve anche nei tempi veloci, da un Miles migliorato rispetto
alla seduta di Ornithology e dal solito, straordinario
Bird. Poco dopo la prima incisione il complesso (con John
Lewis e Nelson Boyd al posto, rispettivamente,
di Duke Jordan e Tommy Potter) ne realizzò una seconda
nella quale vennero registrati Milestone, Little
Willie Leaps ( ),
Half Nelson
( )
e Sippin' at Bells
( ).
Il disco che ne derivò fu il primo con Miles Davis nelle
vesti di leader e si chiamò Miles
Davis All Stars.
Queste due sedute per la Savoy mostrano una compattezza
che non si può riscontrare in quelle effettuate sulla West
Coast dove non si era mai trovato un batterista veramente
all'altezza e ci presentano un Parker che, suonando con
ance meno dure rispetto a quelle usate fino a quel momento,
riesce ad ottenere un suono più lirico.
Il
quintetto proseguì nel suo lavoro al Three Deuces (l'ingaggio
fu prolungato all'infinito) con grande successo, ma questo
non impedì a Parker di esibirsi, di tanto in tanto, in altri
contesti. E' da ricordare il concerto che si tenne alla
Carnegie Hall la notte del 29 settembre durante
il quale i sentimenti contrastanti che univano Charlie e
Dizzy vennero clamorosamente allo scoperto. L'attrazione
principale della serata era la grande orchestra di Gillespie
che continuava a mietere successi ovunque, ma gli organizzatori
invitarono anche Bird per una breve apparizione con la sezione
ritmica dell'orchestra e Diz. Racconta Ross Russell: «Il
duo Parker-Gillespie esplose subito in un duello tromba-sax
su un terreno comune: dei classici assoli come A
Night in Tunisia ( )
e A Dizzy Atmosphere ( ).
Immediatamente sprizzarono scintille. Nell'assieme di "Tunisia"
Charlie suonò uno splendido contrappunto al tema, che avrebbe
certamente messo in difficoltà un musicista di livello inferiore
di Gillespie. A velocità impressionante. Charlie si tuffò
in un elettrizzante assolo, mentre Dizzy, non più tanto
allegro, si era ritirato per raccogliere le forze. Dizzy
tornò in scena con un assolo della stessa qualità, luminoso,
cesellato, articolato in modo eccellente. Il duello ebbe
però i suoi momenti più caldi con A Dizzy Athmosphere,
presa a un tempo incredibile che lasciò il batterista Joe
Harris e il pianista John Lewis disperatamente
annaspanti. Parker era l'aggressore, Dizzy quello che parava
i colpi. I fanatici urlavano di gioia perché lo spirito
del Minton's si era trasferito alla Carnegie Hall. Il pubblico
normale era sconcertato. A dispetto dell'ostilità serpeggiante,
gli assoli di Parker avevano la continuità e completezza
di forma che distinguevano la sua produzione migliore. Fu
una delle sue notti da funambolo, una stupefacente esplosione
di energia musicale. Il concerto fu registrato da uno studio
situato sopra l'auditorium. Dagli acetati furono tratti
controtipi "pirati", poi riversati in una serie
di dischi a 78 giri per una etichetta dal nome fantasioso
di Black Deuce. Intitolati A Night at Carnegie Hall
- Bird and Diz in Concert, i 78 giri della Black
Deuce furono venduti sotto banco nei grandi negozi di dischi.
La Black Deuce non aveva indirizzo, né uffici, né una direzione
tangibile. I dischi venivano ceduti ai negozi solo dietro
pagamento in contanti. Alla fine le vendite furono bloccate
quando parecchi dei maggiori negozi di dischi di jazz ricevettero
una diffida. Le matrici originali vennero quindi comperate
e "riciclate" legalmente dalla Savoy» [11].
Ross
Russell, intanto,
resosi conto che il suo artista in esclusiva accettava tranquillamente
offerte di altre case discografiche, affidò la questione
ad un avvocato. Si scoprì che Charlie aveva firmato un altro
contratto con la Savoy (datato 19 novembre 1945)
nel quale concedeva un'opzione per otto brani da registrare
in un termine di tempo non chiarito. La Savoy, a sua volta,
affermò di non sapere niente a proposito del contratto Parker
-Dial e l'agenzia Moe Gale non approvò il fatto che
Bird incidesse per entrambe le etichette. Billy Shaw
disse a Charlie che né la Savoy, né la Dial erano in
grado di distribuire i dischi in maniera adeguata al livello
del musicista che avevano sotto contratto e gli promise
un accordo con una casa importante. Ma un nuovo scontro
tra la Federazione Americana dei Musicisti e le maggiori
case discografiche suggerì a Shaw di cambiare strategia,
nel timore di un blocco che si protraesse per anni, come
era già successo dal 1942. Bird doveva assolutamente far
uscire nuovi dischi per salvaguardare la sua figura nei
riguardi del pubblico e Billy Shaw contattò Ross Russell
per ottenere un contratto con la Dial. L'accordo si realizzò
velocemente e Parker si trovò a dover registrare più facciate
possibile prima del 30 dicembre, data di scadenza dell'accordo
con il sindacato. In questo contesto Charlie effettuò le
ultime tre sedute d'incisione per la Dial che, a parere
di Ross Russell, furono le migliori esibizioni di Parker.Scrapple
From the Apple
La
prima si svolse il 25 ottobre negli studi WOR, tra
la Quarantottesima e la Broadway. Lavorare con il quintetto
del Three Deuces significò evitare molti problemi, in quanto
il materiale da registrare era quello con cui i musicisti
si cimentavano giornalmente. Non si presentarono quindi
difficoltà di rilievo anche negli assiemi più difficili.
Il complesso aprì con Dexterity ( )
per proseguire con Bongo Bop
( )
che traeva spunto dai ritmi afro-cubani e che precedette
di diversi anni la moda della bossa-nova. The Hymn
( )
fu il brano più faticoso della giornata (metronomo = 310)
sulla scia del famoso Koko,
e la seduta si chiuse con due motivi di grande eleganza:
All the Things You Are e Embraceable You
( ).
La
seconda seduta fu fissata per il 4 novembre e vennero
incisi Bird Feathers ( ),
( ),
Klactoveesedstene ( ),
My Old Flame ( ),
Out of Nowhere ( )
e Don't Blame Me ( ).
Il titolo Klactoveesedstene era stato inventato da
Charlie, ma Ross Russell non riusciva a decifrarne significato
e origine. Fu Dean Benedetti a spiegargli che «Klactoveesedstene?
Ma, amico mio, non è altro che un suono!» [12].
In realtà Bird quasi mai dava un titolo alle sue composizioni
e spesso erano i musicisti che suonavano con lui ad occuparsi
di questa "formalità". In questo caso, però, fu
proprio Parker ad attribuire questo strano titolo al pezzo
con riferimento al particolare suono che si produceva pronunciandolo.
Dopo
la seduta di Klactoveesedstene il quintetto partì
alla volta di Detroit per due settimane di ingaggio all'El
Sino, ma Charlie era di nuovo in condizioni fisiche
precarie e, appena il proprietario del locale lo vide, il
complesso fu tagliato. Scrive Miles in proposito: «Quando
Bird lasciò New York era già in brutti guai. Aveva
problemi a trovare eroina. Allora beveva moltissimo,
esattamente come fece quella notte [13],
e non riusciva a suonare. Dopo che ebbe questa discussione
con il manager della sala, e dopo essersene andato, rientrò
all'hotel e diede fuori di matto così tanto da sbattere il
sax giù dalla finestra distruggendolo sulla strada. Billy
Shaw gliene comprò un altro, un nuovissimo Selmer» [14].
Tornato
a New York, Parker effettuò l'ultima incisione per la Dial.
Era il 17 dicembre e per l'occasione fu scritturato
anche il trombonista J.J. Johnson, strumentista dalle
eccezionali capacità tecniche e musicali che ha inventò
un nuovo modo di suonare il suo strumento. Fu una buona
seduta. anche se Bird non era in condizioni perfette. Furono
registrati Drifting
on a Reed ( ),
Charlie's Wig
( ),
Bird Feathers
( ),
Crazeology
( ),
Quasimodo
( )
e How Deep Is
the Ocean ( ).
Per
le ultime tre incisioni con la Dial Charlie aveva ricevuto
in totale duemilasettecento dollari, più i diritti
d'autore: non aveva mai guadagnato come in quel periodo,
considerando anche l'ottimo ingaggio al Three Deuces.
Il
quintetto, prima della fine dell'anno, registrò altri
quattro pezzi negli studi United Sound e Bird Incise
due dischi per Norman Granz con i venticinque elementi
della Neal Hefti Orchestra: The
Bird ( )
e Repetition
( ).
Subito dopo Charlie partì per una nuova tournée con
il Jazz at the Philharmonic.
Secondo
molti critici le migliori performance discografiche di
Parker si conclusero con il 1947. E' difficile
affermare con sicurezza una cosa del genere. Certo è che
nel 1947 il Bebop, come detto all'inizio del capitolo, era
ormai una realtà di cui tutti i jazzisti, a favore o
contro, avevano dovuto prendere atto, una realtà ormai
chiara nelle sue caratteristiche, e nel percorso che ha
portato la «nuova musica» a muovere i primi passi
all'inizio degli anni Quaranta fino alla completa
definizione del linguaggio, Bird è stato il protagonista
assoluto, il musicista che in ogni momento importante
dell'evoluzione del Bop ha dato tutto se stesso, sia dal
punto di vista musicale che dal punto di vista umano, visto
che, come già sottolineato, è impensabile pensare a un
Parker che producesse la sua musica senza essere la persona
che è stata, con tutte le sue particolarità.
Si può quindi dire che Bird, probabilmente,
esaurisce con il 1947 la sua straordinaria vena creativa,
portando a termine quel "progetto" che dalle prime
apparizioni era chiaro: rinnovare il jazz, ma Charlie, in un
contesto nel quale il linguaggio bop era ormai codificato,
continuerà a proporci esecuzioni di altissimo livello anche
negli anni successivi.
Seguire
tutte le evoluzioni degli ormai numerosissimi musicisti di
Bop nel 1947 è praticamente impossibile. Bisogna tener
conto che la maggioranza dei personaggi nominati in questa
tesi hanno gradualmente intensificato la loro attività
specifica e se in principio una jam-session con Charlie
Parker o con Dizzy Gillespie poteva essere uno spunto per
impadronirsi del nuovo linguaggio, ormai il Bebop era
diventata «la musica» di una folta schiera di
musicisti, come se non ci fosse altro modo in cui poter
suonare. Ci limiteremo a parlare dei rappresentanti
"storici" della «nuova musica».
Dizzy
Gillespie, come
già detto, era ormai Mister Bebop. Nel mese di gennaio
vinse il referendum della rivista Metronome (relativamente
ai trombettisti) e immediatamente gli fu offerto dalla Victor
un contratto per una serie di incisioni con la sua orchestra.
Durante il 1947, tra le altre cose, Diz cominciò a sperimentare
la commistione del Bop con i ritmi antillesi, con la collaborazione
dell'arrangiatore Gil Fuller (Walter
Gilbert Fuller: 14 apr 1920)
e di Chano Pozo Gonzales (1915),
un eccezionale suonatore cubano di bongos e di tamburi da
conga. Il successo fu straordinario e la sua big-band inserì
nel repertorio brani come Afro-Cuban
drum Suite ( ),
Manteca,
Algo bueno, Tin Tin Deo, Con Alma ecc.
Il
1947 è l'anno in cui Bud Powell finalmente mostra le
sue enormi qualità. Oltre alla già citata incisione con
Charlie Parker e Miles Davis, Bud effettua delle
registrazioni in trio, con il contrabbasso e la batteria
affidati, il più delle volte, a Curly Russell e Max
Roach, nelle quali emerge tutta la sua creatività. E'
in questo periodo che si comincia a parlare per Powell di
"stile sassofono", a sottolineare che la sua
musica rappresenta una traduzione per pianoforte dello stile
di Bird.
Thelonious
Monk,
che per un po' non è stato nominato in quanto negli anni
precedenti suonò essenzialmente al Minton's e non ebbe
contratti discografici di rilievo o rapporti lavorativi
costanti nei locali della Cinquantaduesima Strada, nel 1947
fu finalmente preso in considerazione dai proprietari della Blue
Note i quali si resero conto che non bisognava
ulteriormente ignorare un musicista di tale classe. Gli
offrirono un contratto e le prime incisioni furono
effettuate nel mese di ottobre, con un sestetto e poi con un
trio. Ne sarebbero seguite molte altre negli anni successivi
con vari organici, sempre di piccole dimensioni. Le prime
registrazioni furono edite nel 1948 e suscitarono
grandi perplessità. Un solo critico, Paul Bacon, capì
integralmente il significato della musica di Monk che non
ebbe un grosso successo dal punto di vista delle vendite.
Scrive Arrigo Polillo: «Ci sarebbero voluti anni
prima che si capisse che Monk è essenzialmente un
compositore - e un compositore geniale - e che la sua
tecnica pianistica [15] è
perfettamente coerente col suo stile compositivo, da cui è
imprescindibile. Il guaio è che, nell'attesa del
riconoscimento, Monk se la passò molto male» [16].
Fats
Navarro continuava
ad impressionare con i suoi straordinari assoli in puro
stile bop. Al 1947 risalgono, tra l'altro, tre stupende
sedute d'incisione per la Savoy. Nella prima, effettuata
il 16 gennaio (con Leo Parker, sax baritono;
Tadd Dameron, piano; Gene Ramey, basso; Denzil
Best, batteria), furono registrati Fat
Girl ( ),
Ice Freezes Red
( ),
Eb Pob ( )
e Goin' To Mintons
( ).
Nella seconda, che risale al 28 ottobre (con Ernie
Henry, sax alto; Tadd Dameron, piano; Curley
Russell, basso; Kenny Clarke, batteria; Kay
Penton, voce), vennero incisi A
Bebop Carol
( ),
The Tadd Walk
( ),
Gone With The Wind e That Someone Must Be You.
Nell'ultima, datata 5 dicembre (con Charlie Rouse,
sax tenore; Tadd Dameron, piano; Nelson Boyd,
basso; Art Blakey, batteria), fu la volta di Nostalgia
( ),
Barry's Bop
( ),
Bebop Romp
( )
e Fats Blows
( ).
Si può chiaramente notare come ci si trovi davanti a tanti
nuovi brani, a sottolineare che anche le composizioni puramente
bop andavano aumentando in maniera consistente.
Il
1949 e l'avvento del Cool Jazz
Il
1948 si aprì con la notizia che Bird era in testa
alle classifiche di Metronome tra i sassofonisti:
finalmente anche la stampa specializzata cominciava ad
apprezzare Charlie e con lui tutto il mondo del Bop
(ricordiamo che l'anno prima il riconoscimento era già
stato attribuito, tra i trombettisti, a Dizzy Gillespie).
Anche Miles Davis e Max Roach stavano
guadagnando sempre più la stima di tutti e il quintetto era
sicuramente il gruppo con il più alto tasso di classe tra
quelli che suonavano jazz. L'agenzia Moe Gale (Moses
Galewski) procurò al complesso una serie di
scritture e ingaggi sempre più interessanti e, in
definitiva, Parker era finalmente un
"personaggio". Si cominciò ad ascoltarlo non per
divertirsi, ma con la consapevolezza che le note prodotte
dal sassofono di Bird si tramutavano in «un'esperienza
impegnativa, emozionante, spesso agghiacciante...» [1].
Per la gente di colore urbana della sua generazione, Charlie
era un vero e proprio eroe. Era, a suo modo, un
rivoluzionario, per certi aspetti precursore di Martin
Luther King, Malcolm X, Eldridge Cleaver, Angela Davis,
Shirley Chisholm: era riuscito nell'intento di riformare la
musica senza alterarne i suoi significati più profondi.
Purtroppo,
però, Parker si rendeva spesso protagonista di
comportamenti poco ortodossi e uno di questi, in
particolare, ebbe conseguenze gravi anche sugli ingaggi del
quintetto. Scrive Ross Russell: «L'Argyle
Lounge di Chicago
fu teatro dell'avvenimento più scandaloso del 1948 nel
mondo del jazz. Charlie aveva finito il suo numero. Appoggiò
il suo sax sul piano. Poi scese dalla pedana, attraversò la
sala, poi il foyer, ed entrò nella cabina telefonica,
chiuse la porta, e prese a urinare per terra. Ben presto si
vide uscire un ruscelletto giallo che si allargò in
pozzanghera nel foyer. Lui uscì dalla cabina ridendo. Non
ci furono spiegazioni né scuse. Si era liberato in modo del
tutto inconscio? Oppure intendeva urinare sul pubblico, su Billy
Shaw, su Dizzy Gillespie, o sul gestore dell'Argyle
Lounge, o magari era troppo sulle spine per aspettare il suo
turno alla toilette inadeguata e piccolissima dell'Argyle?
Forse neanche lui lo sapeva»
[2].
Comunque siano andate le cose, il quintetto dovette far
ritorno a New York e Billy Shaw annullò tutti gli impegni
fuori città spedendo il quintetto all'Onyx Club,
sulla Cinquantaduesima Strada. Ma la Strada, in quel
periodo, non viveva certo uno dei suoi momenti migliori e
anche i rapporti tra Miles e Bird stavano gradualmente
deteriorandosi. Ricorda Davis: «Più o meno in
quel periodo cominciò il declino della 52° Strada. La
gente continuò a venire giù ai club per ascoltare della
buona musica, ma i poliziotti erano dappertutto. C'erano un
mucchio di troie per la strada, così i poliziotti facevano
pressione sui proprietari perché tutto filasse il più
liscio possibile. La Polizia iniziò anche ad arrestare
qualche musicista e un mucchio di personaggi lì fuori. La
gente veniva per sentire il gruppo di Bird, ma altri gruppi
non erano così fortunati. Molti di quei club sulla Strada
avevano smesso di programmare jazz e si erano organizzati
per degli strip tease. Anche il mondo musicale era ferito
profondamente dal declino della Strada e dal proseguire del
blocco delle registrazioni. La musica non sarebbe stata
documentata, se non avete sentito bene nei club, be',
dimenticatevela. Noi suonavamo regolarmente in diversi
posti, come l'Onyx e il Three Deuces. Ma Bird faceva cazzate
con i soldi di tutti quanti e questo stava facendoci andare
un po' fuori di testa. Avevo per lungo tempo guardato Bird
come se fosse stato una specie di dio, ma non lo vedevo più
in questo modo. Avevo ventidue anni, una famiglia, avevo
vinto da poco il New Star dell'Esquire per le trombe
nel 1947,
e avevo avuto l'ex aequo con Dizzy nel sondaggio dei critici
del Down Beat. Io non mi ero montato la testa, ma cominciavo
a capire che cosa io valessi musicalmente. Il fatto che Bird
non ci pagasse non era giusto. Non ci rispettava e io non
avevo intenzione di sopportarlo ancora»
[3].
Parker,
dopo la faccenda della cabina telefonica, si prese un
periodo di riposo durante il quale riacquistò una
condizione fisica accettabile e Billy Shaw, pur non
recuperando tutte le scritture che il quintetto aveva perso
fuori città, trovò un nuovo ingaggio per il complesso.
Preso atto della crisi della Cinquantaduesima Strada, Shaw
dirottò il gruppo sulla Quarantasettesima Strada, in un
locale chiamato Royal Roost che fu il primo posto di
Broadway dove si suonò jazz.
Charlie
era di nvideo
di John Lewis: courtesy by IAJEuovo
in una forma musicale smagliante e parve un gran peccato
non registrarlo. Teddy Reig (New
York, 23 nov 1918 - Teaneck, NJ, 29 set 1984)
propose subito
di effettuare due sedute d'incisione, le ultime per la Savoy,
realizzate clandestinamente in quanto era sempre in vigore
l'ostracismo sindacale. Il quintetto si ritrovò nel mese
di settembre
negli studi Nola con due sostituti nella sezione ritmica:
il bassista Curly Russell (New
York, 19 mar 1917 - Queens NY, 3 lug 1986)
e il pianista John
Lewis (John Aaron
Lewis: La Grange IL, 3 mag 1920 - 29 mar 2001) ().
Furono registrati Barbados
( ),
Ah-Leu-Cha
( ),
Constellation
( ),
Parker's Mood
( ),
Perhaps
( ),
Marmaduke
( ),
Klaunstance
e Bird Gets the
Worm. Il risultato
di quest'ultimo lavoro per la Savoy fu, ancora una volta,
esaltante. In particolare vanno segnalati Ah-Leu-Cha
nel quale Bird
sperimenta ulteriormente quei modi contrappuntistici già
usati in Chasin' the Bird, e Parker's
Mood che è assolutamente
all'altezza dei suoi blues classici come Hootie Blues,
Slam Slam Blues, Now's the Time, Cool Blues,
Relaxin' at Camarillo.
Quando
i contrasti tra il sindacato e le case discografiche si
placarono, in novembre, Billy Shaw firmò per Parker un contratto
per la Mercury della durata di un anno. La Mercury era una
sussidiaria della Metro-Goldwin-Mayer per la quale lavorava
Norman
Granz nelle vesti di curatore del Jazz. Si decise di
utilizzare Bird in un contesto differente: visto che in
quel momento la musica afro-cubana stava ottenendo un notevole
successo, Granz ingaggiò per l'occasione la Machito Orchestra
(Frank Raul Grillo:
Havana, Cuba 16 feb 1912 - London, 15 apr 1984),
band che trionfava al Palladium Ballroom (il paradiso
della rumba), e utilizzò Charlie come solista per registrare
No Noise
( )
e Mango Mangue
( ).
I
dischi vennero lanciati sul mercato con la formula «Charlie
Parker suona a sud del confine» e riscossero un buon
successo. Le esecuzioni furono sicuramente interessanti,
ma molti fan di Bird rimasero delusi da questa operazione:
preferivano il Parker che decideva di persona i temi da
suonare, le persone che componevano i suoi gruppi, gli agenti
con cui lavorare.
Subito
dopo l'uscita dei primi dischi per la Mercury, Norman Granz
portò di nuovo Charlie in tournée con Jazz at the
Philharmonic. Bird sarebbe tornato al Royal Roost
il 10 dicembre, ma il quintetto ormai era in grossa
crisi: Al Haig aveva sostituito Duke Jordan al
piano e Miles Davis non parlava quasi più con Bird.
Sarebbero passati solo pochi giorni e, la settimana di
Natale, le tensioni interne del gruppo si scatenarono in
maniera irreversibile. Durante la stessa notte, dopo
l'ennesima arrabbiatura, Miles e Max Roach lasciarono il
gruppo per non tornare più. In quel momento cessava di
esistere uno dei gruppi di Bebop più affascinanti,
complesso nel quale le grandi personalità di Parker,
Davis e Roach avevano contribuito ad affinare
definitivamente quel linguaggio che, dalle prime jam-session
del Minton's, aveva fatto dei passi da gigante.
Charlie
continuò comunque a suonare in quintetto sostituendo Miles
con McKinley "Kenny" Dorham (McKinley
Howard Dorham: Fairfield, TX, 30 ago 1924 - New York, 5 dic
1972), trombettista
dalla non straordinaria creatività, ma solido, e Max Roach
con Joe Harris (Detroit,
1926), batterista già
attivo nell'orchestra di Dizzy Gillespie molto più adatto a
suonare in big-band che in un piccolo complesso. La fine
dell'anno, però, non portò solo delusioni a Parker: per il
secondo anno consecutivo era in testa alle classifiche di Metronome,
a conferma di una credibilità artistica e di una notorietà
ormai indiscutibili. Ultimo evento del 1948,
per Bird, fu un ingaggio come primo sax-alto nella orchestra
di all-stars che avrebbe inciso un disco speciale per la
RCA Victor il 3 gennaio 1949 con un organico di
primissima qualità:
|
Dizzy
Gillespie, Miles
Davis, Fats Navarro, trombe
J.J. Johnson,
Kai Winding, tromboni
Buddy de Franco,
clarinetto
Charlie Parker,
sax alto
Charlie Ventura,
sax tenore
Ernie Caceres,
sax baritono
Lennie Tristano,
piano
Billy Bauer,
chitarra
Eddie Safranski,
basso
Shelly Manne,
batteria
Pete Rugolo,
direttore
|
La
«Metronome All-Stars» incise due facciate, e
fu fotografata, per motivi pubblicitari, con tutti i suoi
componenti seduti dietro leggii sui quali erano scritti i
nomi dei musicisti a lettere cubitali: i «rivoluzionari»
del Bebop erano entrati prepotentemente nel mondo della
musica commerciale.
La
grande orchestra di Dizzy Gillespie nel 1948 varcò
l'Atlantico per una tournée in Europa che se da una parte
ebbe un esito disastroso dal punto di vista economico ed
organizzativo, dall'altra offrì a Diz le migliori
soddisfazioni di quel periodo. La prima tappa fu in Svezia,
paese dove il Bop aveva già fatto una prima apparizione con
un piccolo complesso guidato da Chubby
Jackson (Greig
Stewart Jackson: New York, 25 ott 1918),
contrabbassista seguace di Oscar Pettiford. La tournée
avrebbe dovuto essere piuttosto lunga, ma una serie di
contrattempi stava costringendo i musicisti a riprendere la
strada degli Stati Uniti se non fosse arrivato un
provvidenziale invito per la band dalla Francia. L'orchestra
suonò in tre occasioni alla Salle Pleyel di Parigi e
diede altri concerti nel Sud. Nella grande sala da concerto
parigina la compagine di Gillespie traumatizzò
letteralmente il pubblico, ma i musicisti e gli intenditori
esultarono. Scrisse Hubert Fol: «Dizzy, in abito
di gabardine chiaro, coi suoi occhiali cerchiati di nero sul
naso e il famoso ciuffo di peli sul labbro inferiore, è
davanti ai suoi quindici musicisti in giacca granata,
pantaloni da smoking e larghe cravatte a farfalla i cui
lembi ricadono sulle camicie. Immediatamente egli attacca un
pezzo veloce, dirigendo l'orchestra con tutto il suo corpo:
e la potenza che si sprigiona dall'orchestra è tale da
sbalordire. Voi siete inchiodati sulle vostre poltrone, ma i
musicisti si muovono con una sconcertante disinvoltura in
arrangiamenti difficili, messi a punto in modo ammirevole.
Dizzy è sempre in movimento, e non si ferma neppure quando
un solista prende un assolo: Danza, salta, marcia, e
ciascuno dei suoi gesti ha un preciso significato. Dizzy
dirige in modo straordinario, ed è stupefacente vederlo
muovere sulla scena, indicando e sottolineando ogni minimo
particolare. Poi, improvvisamente, si arresta: si esibisce
con un'inenarrabile mimica per qualche istante e sparisce
fra le quinte, per tornare a comparire alla fine di un
assolo per rilanciare la intera orchestra in un brano
arrangiato; poi solleva le braccia, le lascia ricadere di
colpo e tutto è finito. Allora si avanza verso il microfono
e ringrazia gli spettatori alternativamente in francese e in
inglese con una calma incredibile, sospirando dentro il
microfono ed esitando come se non sapesse quale pezzo
suonare. Poi, in un soffio, annunzia il titolo del pezzo
seguente, dopo aver detto una frase come questa: "And
now, by special request from the band and myself..."
(Ed ora, a richiesta particolare mia e della mia
orchestra...). Si volta e con un gesto rapido e molle fa
ripartire l'orchestra. Quando prende un chorus resta
immobile e suona delle lunghe frasi spesso ricercatissime
ritmicamente e melodicamente, ma costruite con una logica ed
eseguite con una sicurezza veramente ammirevoli. Di tanto in
tanto si posa su una di quelle note bizzarre che sa
introdurre con tanta genialità; tutto questo con una calma
e una facilità che stupiscono. Dizzy interpreta la musica
come la sente, e suona molto spesso con grande ispirazione.
Io credo che, a meno di essere in malafede, sia impossibile,
dopo averlo visto suonare e dirigere la sua orchestra, non
essere convinti della sua profonda sincerità» [4].
Da
questa corrispondenza di Hubert Fol emerge una delle
caratteristiche che differenzia Gillespie dagli altri
alfieri del Bebop: Dizzy era un vero showman, un personaggio
che sapeva accattivarsi le simpatie del pubblico, bianchi o
neri che fossero, era il musicista ideale per far conoscere
la «nuova musica» anche alle platee più prevenute.
Ricorda Arrigo Polillo (Pavullo
nel Frignano MO, 12 lug 1919 - 1984):
«Anche coloro che, fino da allora, avevano capito che il
più dotato esponente di quel nuovo jazz a cui era stato
dato il nome di Bebop era Charlie Parker, e non Dizzy,
consideravano quest'ultimo il pubblico portabandiera, l'uomo
che meglio li rappresentava all'esterno del loro gruppo, che
simboleggiava il "bop cult", per usare
un'espressione allora corrente. I giornalisti, poi, per cui
il Bebop era soprattutto, o soltanto, un divertente e
bizzarro fatto di costume, non conoscevano altri che lui.
Parker, lunatico, aggressivo, non era altrettanto simpatico,
e non faceva notizia. Furono proprio il carattere
fondamentalmente allegro, l'esuberanza vitale, il senso
dell'umorismo, l'intelligenza vivace e realistica, che
permisero a Dizzy di superare meglio di ogni altro musicista
del suo entourage le difficoltà che il Bebop, di cui era
stato uno dei creatori, incontrò lungo il suo cammino, e di
evitare poi la sorte tutt'altro che lieta, e in qualche caso
tragica, di molti di loro» [5].
Nel
corso dei sopracitati concerti parigini l'orchestra di
Gillespie presentò il meglio del suo repertorio e molti
brani vennero incisi proprio durante la permanenza in
Francia e pubblicati dalla Vogue e, dopo ventitré
anni, dalla Prestige. Tra i pezzi più significativi
della big-band di Dizzy in quel periodo vanno segnalati: Toccata
for Trumpet and orchestra, Two bass hit (entrambe
composizioni di John Lewis), Stay on it,
Good bait (ambedue di Tadd Dameron), 'Round
about midnight, All the things you are, Groovin'
high e due divertenti brani adatti per il vocalizzo scat:
Oop-pop-a-da e Ool-ya-koo.
Al
ritorno dalla tournée europea (importante anche perché
diede il via a una serie di viaggi di musicisti di Bop in
Europa che consentirono lo sviluppo di questa musica anche
dall'altra parte dell'Atlantico), la compagine di Gillespie
trovò ad attenderla, sulla banchina del porto di New York,
più di cento fans, tutti muniti di berretto, occhiali e di
un ciuffetto di peli sul labbro inferiore, in onore di
Mister Bebop.
I
due pianisti "storici" del Bebop vissero nel 1948
momenti non brillantissimi. Thelonious Monk
proseguì ad incidere per la Blue Note, ma la sua
musica continuava ad essere capita da pochi. In questo
contesto Monk si trovò, ancora una volta, ad avere gravi
difficoltà dal punto di vista lavorativo, tanto che proseguì
a suonare saltuariamente in locali di quart'ordine. Bud
Powell trascorse quasi tutto l'anno in ospedale, a Long
Island. Ricoverato alla fine del 1947, fu sottoposto
ad una cura di elettroshock che non gli giovò molto,
procurando quei problemi alla memoria che mineranno
definitivamente la sua salute e che non gli consentiranno,
negli anni a venire, di suonare sempre ai livelli
straordinari dei quali era capace.
Miles
Davis, in
concomitanza con la sempre più frammentaria attività del
quintetto di Parker, nel 1948 inizia realmente la sua
attività di leader che lo porterà, nel giro dello stesso
anno, a dare una svolta a tutto il mondo del jazz. Miles
organizzò un altro gruppo da portare al Royal Roost,
un complesso composto da musicisti "moderni" che
in breve si sarebbe allontanato dal puro Bop, ormai di casa
nel locale di Broadway, andando alla ricerca di nuove
sonorità. Scrive Davis: «C'erano con me Max
Roach, John Lewis, Lee Konitz (Chicago,
1 ott 1927) [6],
Gerry Mulligan (Gerald
Joseph Mulligan: New York, 6 apr 1927 - Darien, CT, 20 gen
1996) [7],
Al
McKibbon (1919)
al basso e Kenny "Pancho" Hagood come
vocalist. C'erano anche Michael Zwerin al
trombone, Junior Collins al corno francese e Bill
Barber alla tuba. Avevo cominciato a lavorare con Gil
Evans qualche tempo prima di questo fatto e lui mi aveva
messo in piedi dei buoni arrangiamenti. Gil aveva smesso di
arrangiare per il gruppo di Claude Thorhill nell'estate
del 1948. Aveva sperato di poter scrivere e arrangiare per
Bird. Ma Bird non aveva mai tempo di ascoltare quello che
Gil faceva, perché, per Bird, Gil era semplicemente il tipo
che riusciva a procurargli un buon posto dove mangiare,
bere, cagare ed essere soprattutto vicino alla 52° Strada,
almeno fintanto che Gil tenne l'appartamento che aveva
proprio lì. Finalmente Bird sentì la musica di Gil,
l'apprezzò molto. Ma a quel punto era Gil che non voleva più
lavorare con Bird. Gil e io avevamo ormai cominciato a
lavorare assieme e tutto ci stava andando davvero bene. Io
stavo cercando un modo in cui poter fare i miei assolo in
uno stile che mi si confacesse di più. La mia musica
infatti era un po' più lenta e non intensa come quella di
Bird. Ero molto eccitato dalle mie conversazioni con Gil su
come sperimentare una voce più sottile dello strumento. Così
Gerry Mulligan, Gil e il sottoscritto cominciammo a vedere
come si poteva mettere insieme quel nuovo gruppo. Noi
pensavamo che il numero giusto fosse nove. Gil e Gerry
avevano già deciso quali dovessero essere gli strumenti
della band prima che io entrassi veramente nell'idea di
discutere operativamente la questione. Però la prima idea,
il senso della musica, bene, quella era mia. Affittai un
posto per provare, organizzai le sessioni e feci in modo che
tutto funzionasse. Mettevo insieme queste stronzate con Gil
e Gerry dall'estate del 1948 fino a quando non arrivammo a
registrare in gennaio e nell'aprile del 1949 e poi
ancora nel marzo del 1950.
Riuscii a tirar su anche qualche lavoro per noi e stabilii
contatti con la Capitol Records per le
registrazioni. Ma
lavorare con Gil mi spingeva a darmi da fare pesantemente
con la composizione. Suonavo i miei pezzi a Gil al
pianoforte nel suo appartamento. Mi ricordo di quando
cominciammo a mettere insieme il gruppo e io volli Sonny
Stitt (Edward
Stitt: Boston, 2 feb 1924 - Washington, 22 lug 1982)
al sax alto. Sonny aveva delle sonorità molto simili a
quelle di Bird, così pensai immediatamente a lui. Ma Gerry
Mulligan voleva Lee Konitz perché aveva un suono più
leggero di quello che era il Bebop duro. Lui si sentiva
sicuro che questo tipo di suono sarebbe stato quello che ci
avrebbe reso diversi dagli altri e avrebbe reso diverso
anche il nostro album. Gerry era sicuro che con me, Al
McKibbon, Max Roach e John Lewis nello stesso gruppo, tutti
quanti arrivati dal Bebop, c'era il rischio che ci
trovassimo a fare la solita vecchia roba ripetendoci ancora,
così fui d'accordo con lui e presi Lee Konitz.
Max si trovava bene con Gil, con Gerry e con me lì da
Gil, doveva venire anche John Lewis, così tutti sapevano
che cosa volevamo fare. Anche Al McKibbon. Volevamo prendere
con noi pure J.J. Johnson, ma era a zonzo con la band
di Illinois Jacquet, così pensai di prendere Ted
Kelly che stava suonando il trombone con la band di
Dizzy. Ma era troppo occupato e non poteva. Così ci
arrangiammo con un tizio bianco, Michael Zwerin, che
era più giovane di me. L'avevo incontrato al Minton's una
notte: stava lì a suonare in jam con noi e gli chiesi se
voleva fare una prova con noi il giorno dopo allo studio
Nola. Lui venne, fece bene e lo prendemmo nella band.
Vedete, tutta questa idea iniziò come una specie di
esperimento, un esperimento di collaborazione fra musicisti.
Poi un mucchio di musicisti neri cominciò ad arrivarmi lì
a dirmi di non avere lavoro, e mentre loro non avevano
lavoro, io andavo ad assumere tizi bianchi per la mia band.
E io cosa potevo dirgli? Che se qualcuno di loro suonava
bene come Lee Konitz (perché era per lui che si incazzavano
di più, visto che c'erano parecchi suonatori neri di sax
alto che non avevano lavoro in quel periodo) l'avrei preso
immediatamente e non me ne sarebbe fottuto un cazzo se fosse
stato verde con il petto rosso. Io assumevo qualsiasi figlio
di puttana per suonare e non per vedere di che colore fosse.
Quando dissi loro questo, la maggior parte smise di rompermi
i coglioni. Ma ce ne furono alcuni che rimasero molto
incazzati con me.
Ad ogni modo Monte Kay ci assunse per due settimane
al Royal Roost. Quando cominciammo lì al Roost, convinsi il
club a mettere fuori un cartello che diceva: "Nonetto
di Miles Davis; arrangiamenti di Gerry Mulligan, Gil Evans e
John Lewis". Dovetti litigare disperatamente con il
proprietario del Roost, Ralph Watkins, per
convincerlo. Non voleva fare una cosa del genere perché
diceva che era troppo per lui pagare nove figli di puttana
quando poteva pagarne cinque. Ma Monte Kay gli spiegò la
faccenda. Non mi piaceva troppo Watkins, ma lo rispettavo
per averci dato la chance che ci diede. Suonammo
al Royal Roost per due settimane verso la fine di agosto e
poi nel settembre del 1948, prendendo il secondo set dopo
l'orchestra di Count Basie.
C'era un mucchio di gente che pensava che le cazzate che
suonavamo fossero davvero strane. Mi ricordo Barry Ulanov
della rivista Metronome: lui era un po' confuso dalla
musica che suonavamo. Count Basie ci ascoltava tutte le
notti quando ci alternavamo io e lui e gli piaceva quella
musica. Lui mi disse che era "lenta e strana, ma
buona, davvero buona". C'erano anche parecchi altri
musicisti che venivano a sentirci e che apprezzavano quello
che facevamo e fra questi c'era anche Bird. Soprattutto ci
fu Pete Rugolo della Capitol Records che apprezzò
moltissimo quello che gli facemmo ascoltare e mi domandò se
volevamo suonare per lui per la Capitol quando fosse
terminata la protesta contro le registrazioni.
Verso la fine di settembre portai ancora un altro gruppo al
Roost, con Lee Konitz, Al McKibbon, John Lewis, Kenny Hagood
e Max Roach. Symphony Sid trasmise quella serata e la
registrò, così ci fu finalmente una prova registrata di
quello che suonavamo. Era un gruppo davvero forte. Ci
andammo giù duro quell'unica volta in cui suonammo assieme,
capite? Max soprattutto diede moltissimo.
Ma
più o meno in quel periodo, Gil si spense musicalmente, non
riusciva a scrivere più di otto battute la settimana.
Finalmente si riprese, scrisse un pezzo che si chiamò Moon
Dreams e qualcosa per Boplicity,
un tema finito poi nel disco Birth of the Cool.
L'album Birth of the Cool saltò fuori da alcune
delle session che avevamo fatto per provare a suonare come
la band di Claude
Thornhill (Terre
Haute, IN, 10 ago 1909 - New York, 1 lug 1965).
Volevamo quelle sonorità, ma la differenza era che noi
la volevamo più piccola possibile. Io dicevo che doveva
essere il suono di un quartetto, con soprano, alto, baritono
e basso. Noi avevamo invece tenore, mezzo alto e mezzo
basso. Io ero la voce soprano e Lee Konitz era l'alto.
Avevamo un'altra voce con un corno francese e poi il
baritono che era un basso tuba. Avevamo un alto e un
soprano, io e Lee Konitz. Ogni tanto usavamo anche il corno
francese per i toni alti e il sax baritono e il basso tuba
per il basso. Io consideravo il gruppo come se fosse un
coro, un coro che era e doveva essere un quartetto. C'era un
mucchio di gente che metteva il sax baritono come basso
nella parte più bassa della partitura, ma non è uno
strumento basso come lo è una tuba. Io volevo che gli
strumenti suonassero come le voci umane e lo facevano.
Gerry Mulligan ogni tanto doveva raddoppiare con Lee o
altre volte con me o Bill Barber, che era sempre nella parte
più bassa della basso tuba. Qualche volta saliva di
registro e qualche volta facevamo in modo che fosse lui a
portare su il sound. E funzionava [...].
Birth of the Cool divenne presto un pezzo da
collezionisti, credo che sia stata una sorta di reazione
alla musica di Bird e Diz. Bird e Dizzy suonavano queste
stronzate velocissime, e se voi non eravate tanto rapidi ad
ascoltare non potevate sentire gli umori e i feeling della
loro musica. Il loro sound non era dolce e non avevano delle
linee armoniche da poter canticchiare facilmente per la
strada a passeggio con la vostra ragazza mentre cercavate di
baciarla. Il Bebop non aveva la stessa umanità di Duke
Ellington. E non era nemmeno così riconoscibile. Bird e Diz
erano grandi, fantastici, però non erano dolci. Ma Birth
of the Cool era differente perché potevate sentire tutto
quello che succedeva e canticchiarlo anche.
Le radici di Birth of the Cool sono quelle della
musica nera, da Duke Ellington. Stavamo cercando di avere il
suono di Claude Thornhill, ma lui a sua volta aveva preso da
Duke Ellington e Fletcher Henderson. Anche Gil Evans era un
grande ammiratore di Duke e di Billy Strayhorn [8]
e Gil era l'arrangiatore di Birth of the Cool. Sia
Duke sia Billy facevano quegli sdoppiamenti sopra gli
accordi come facevamo noi in Birth. Sentivi sempre
Duke farlo e lui costringeva i suoi ragazzi a realizzare
quel suono che era inevitabile riconoscere. Se suonavano da
soli nella band di Duke, potevi immediatamente riconoscerli
e dire chi fossero dal suono che producevano. E se erano in
sezione potevi ancora capire chi fossero dal timbro della
voce. Mettevano la loro personalità negli accordi che
realizzavano.
E questo è quello che noi facemmo in Birth. E penso
sia per questo che ebbe successo. Anche la gente bianca
poteva apprezzare la musica che riusciva a capire, quella
musica che potevano ascoltare senza diventare scemi. Il
Bebop non arrivava da qualcosa a loro familiare e così era
molto difficile per la maggior parte di loro ascoltare quel
che si faceva suonando. Era una musica completamente nera.
Ma Birth non era soltanto orecchiabile, c'erano anche dei
bianchi che suonavano e avevano anzi dei ruoli importanti. E
questo ai critici bianchi piaceva molto. Piaceva l'idea che
sembrasse importante che avessero un ruolo preminente in
quello che si stava facendo. E' un po' come se qualcuno ti
stringeva la mano con più convinzione. Colpivamo l'orecchio
di chi ci ascoltava in un modo un po' più leggero di Diz e
Bird, tenevamo la musica un po' più sui binari principali e
questo era tutto» [9].
Con il suo linguaggio colorito, Miles ci racconta la
nascita del suo nonetto e, di conseguenza, del Cool-jazz, «ovvero
jazz freddo, anzi fresco, calmo, distaccato, imperturbabile.
(Cool è un aggettivo dai molti significati nel gergo del
jazz: può voler dire anche "ottimo", e persino
"tutto bene". Non per niente era stato era stato
introdotto fra i jazzman da Lester Young, a cui il gergo
degli hipster deve alcune colorite espressioni» [10].
Per rintracciare le prime manifestazioni di questa nuova
corrente jazzistica bisogna risalire al 1946 e
prestare attenzione all'opera di tre differenti gruppi di
musicisti facenti capo, rispettivamente, a Lennie
Tristano, all'arrangiatore Gene Roland (Dallas,
TX, 15 set 1921 - New York, 11 ago 1982) ed
al pianista e compositore Dave Brubeck (allievo di Darius
Milhaud attivo a San Francisco), ma Miles, insieme ai
suoi collaboratori, fu colui che nel 1948 diede una reale
scossa al mondo del jazz con il suo nonetto.
L'avvento
del Cool-jazz è la dimostrazione che in quel momento certi
esperimenti erano necessari per andare alla ricerca di nuove
strade. Il linguaggio del Bebop, come già detto nel
capitolo precedente, era ormai codificato e per i musicisti
non restava che sfruttare questo patrimonio nel miglior modo
possibile , ma l'esigenza di trovare sonorità e fraseggi
diversi, l'intervento in quegli anni più determinante dei
bianchi per le sorti del jazz moderno, portarono agli
esperimenti che ci ha descritto Miles.
I
musicisti
"storici" del Bebop continueranno ad offrirci
anche negli anni successivi esecuzioni straordinarie nel
loro stile, ma qualcosa nel contesto che li circondava era
cambiato. Ricorda Arrigo Polillo: «La musica dei
boppers era difficile e, passato il primo momento di
curiosità, la gente smise di seguirla. Neppure i bianchi
che si dedicarono al nuovo jazz riuscirono a farsi accettare
dal grosso pubblico: non ci riuscirono Boyd Raeburn e
George Auld, le cui grosse orchestre furono le prime
bianche a fare del Bebop, e non ci riuscì nemmeno il
tenorsassofonista Charlie
Ventura (Charles
Venturo: Philadelphia, PA, 2 dic 1916 - Pleasantville,
NJ, 17 gen 1992),
che pure tentò di fare un "Bop for the people"
(questo era lo slogan), sperimentando un'ingegnosa formula
in cui le parti strumentali si fondevano piacevolmente con
le parti vocali affidate a Roy Kral e a Jackie
Cain. A conti fatti, quello che ottenne il miglior
successo e anche i risultati più brillanti, fra i bianchi,
fu Woody Herman, con quella grande orchestra che
sarebbe passata alla storia del jazz come il "secondo
gregge" (il "primo" fu la formazione del
1945-46). Anche Herman comunque dovette sciogliere la sua
formazione, nel 1949:
i tempi erano davvero grami.
Intorno al 1950
il piccolo
mondo dei boppers negri era quasi alla disperazione. Si
salvava Dizzy Gillespie, un uomo equilibrato che ha trovato
il modo di comunicare col pubblico e di divertirlo pur
facendo quasi sempre della musica eccellente, si salvò,
ancora per breve tempo, Parker, che cominciò a esibirsi con
un'orchestra d'archi, e si salvarono pochi altri, ma i più
conducevano una vita misera. Non solo a causa dell'indigenza
e della frustrazione che derivava dall'incomprensione del
pubblico per la loro musica, ma anche per colpa delle droghe
- quelle "dure", che sconvolgono la mente e
uccidono -, che fra loro erano molto diffuse. Per causa
delle droghe i migliori talenti del nuovo jazz bruciarono la
loro esistenza nel giro di pochi anni: Parker, che
morirà meno che trentacinquenne nel 1955;
Bud Powell che fu internato per la prima volta in
manicomio nel 1947 a ventitré anni, iniziando così
un calvario che si sarebbe concluso soltanto con la sua
morte; Fats Navarro, ucciso dall'eroina a ventisette
anni; Tadd Dameron e Gene Ammons, che
trascorsero lunghi anni in carcere dopo essere stati
condannati più volte per uso di stupefacenti, e l'elenco
potrebbe continuare a lungo.
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