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Il
Bebop
All'inizio
degli anni Quaranta le grandi orchestre di jazz (a parte
le bands del Southwest orientate verso il blues, Ellington
e i musicisti fedeli alla vecchia tradizione di New
Orleans) erano state inesorabilmente condizionate dall'intervento
dei bianchi, subendo un inevitabile processo di commercializzazione.
A questo punto la frattura tra i neri che era già andata
delineandosi negli anni precedenti divenne ancor più chiara:
da una parte coloro che vivevano ancora tra privazioni e
sottomissione (la gente del blues, definita da Ralph
Ellison (1914 - 1994) «quelli che non si discostarono
dalla loro esperienza popolare e la accettarono»), dall'altra
i neri ormai appartenenti alla borghesia che avevano perso
buona parte delle usanze e della sensibilità artistica tipiche
della loro tradizione.
In un simile contesto si dimostrò che il patrimonio
musicale di origine afro-americana poteva essere conservato
ed immesso in una più ampia tipologia di espressione, che
il jazz poteva acquisire una dimensione prettamente «americana»
unita ad una utilità commerciale e, contemporaneamente,
rispecchiare la ampliata
prospettiva sociale del negro di città nel periodo
successivo alla grande crisi economica che colpì gli Stati
Uniti tra il 1929 e
il 1933.
Avvenne
così che il nero borghese, ricordando la schiavitù
e i periodi di grande povertà ed isolamento dal mondo dei
bianchi con un senso di vergogna, finì inesorabilmente per
rifiutare il vecchio blues che, in qualche modo,
gli ricordava i tempi passati. A tal proposito è eloquente
quanto scriveva Ernest Ansermet (1882 - 1969)
nel 1918 a
proposito delle fonti ispiratrici del blues:
«il blues nasce quando il negro è triste, quando è
lontano da casa, lontano dalla madre o dall'innamorata.
Allora pensa a un motivo o a un ritmo preferito e prende il
trombone o il violino o il banjo o il clarino o il tamburo,
oppure canta o semplicemente si mette a ballare. E su quel
motivo scandaglia le profondità della sua immaginazione.
Questo gli fa passare la tristezza: è il blues».
Fu proprio la volontà di mettersi alle spalle la
tristezza da parte dei neri borghesi ad alimentare il
continuo infittirsi di comunicazioni con l'America bianca.
Ma, in quanto espressione di una America capace di
essere celebrata, il jazz più commerciale non poteva
rappresentare gli stati d'animo di una parte della nazione
che doveva giornalmente fare i conti con atti di negazione
della dignità umana, avallati anche dalle leggi oppressive
imposte su tutto il Sud degli Stati Uniti. La musica nera più
significativa, coerente con la storia e la cultura di coloro
i quali l'avevano creata, vera espressione popolare di una
gente oppressa, viveva «segreta», nella stessa
segregazione cui quella gente era costretta.
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L'avventura
dei neri in America
Nei
primi decenni del XVI secolo, all'indomani della
scoperta dell'America, i sempre più numerosi conquistadores
cristiani che ripercorsero dalla Spagna la via delle
caravelle di Colombo, non ebbero grosse difficoltà ad
impossessarsi delle coste americane e dei territori che,
fino al loro arrivo, formavano gli imperi azteco e inca,
grazie anche all'arretratezza tecnica e militare degli
indios d'America.
Lo sfruttamento dei fertili terreni e delle ricche
miniere d'oro e d'argento, dopo il depredamento delle
ricchezze monumentali, fu subito praticato su larga scala.
L'unico problema che si pose fu quello della manodopera: gli
indios non reggevano alle fatiche del lavoro della
terra così come era organizzato dai conquistatori europei,
non riuscivano ad adeguarsi al lavoro forzato per
l'estrazione dei metalli, la loro mortalità era elevata e
le fughe numerose. Fu così che, già nel 1502,
Spagna e Portogallo si accordarono per una
soluzione: gli egemoni neri dell'Africa vennero indotti a
dirottare sulle navi portoghesi dirette in America il
secolare traffico di schiavi che una volta si dirigeva verso
il Mediterraneo. I neri, fisiologicamente più forti, si
adattarono al duro lavoro e trovarono in America un ambiente
che, nonostante la durezza del regime schiavistico, ne favorì
la riproduzione. Nell'America colonizzata, quindi, venne a
crearsi un vero e proprio sistema feudale in cui una
classe relativamente ristretta di bianchi (i creoli),
entrata in possesso di diritti su terre e persone, dominava
una massa di miseri e arretrati indios semiliberi e di
schiavi neri e meticci.
La presenza nera in America divenne sempre più
numerosa e il 1619 costituisce
un utile punto di partenza storico come data del primo
massiccio trasferimento di uomini di colore nelle terre
colonizzate visto che, fino a quel punto, i neri erano
deportati per svolgere lavori occasionali finiti i quali
spesso venivano uccisi. Dopo il 1619 gli africani
occidentali costituivano circa l'85% degli schiavi importati
in America, ma non potevano certo considerarsi degli
americani: erano costretti a svolgere i lavori più duri e
non avevano, a livello umano, nessuna possibilità di
comunicare con i loro padroni e con tutto il mondo bianco
che li circondava. E' da questa situazione che il nero ha
dovuto ricercare la sua dimensione in America, attraverso
una alternanza di conquiste e delusioni che hanno
caratterizzato la sua esistenza nel Nuovo Mondo.
Nel
Settecento il
numero degli schiavi continuò ad aumentare fino a
costituire, alla vigilia della Rivoluzione Americana, più
del 30% della popolazione totale. Dalla Rivoluzione
Americana (scoppiata per liberarsi dalla tirannia
inglese) al 1793,
anno in cui fu inventata la macchina per separare le fibre
di cotone dai semi, si sviluppò negli Stati dell'estremo
Sud e del South Carolina una notevole opposizione alla
schiavitù e al commercio degli schiavi, tanto che il 24
ottobre 1774 il Congresso
Continentale stabilì
che dal 1 dicembre di quell'anno gli schiavi non potessero
essere né importati, né acquistati.
Purtroppo ciò che aveva stabilito il Congresso
Continentale fu solo parzialmente rispettato e la situazione
generale non cambiò in maniera determinante. Nel 1775
si costituisce la
prima associazione antischiavista e durante gli anni
successivi gli Stati del Rhode Island, del Connecticut
e della Pennsylvania approvano leggi tendenti
alla progressiva abolizione della schiavitù.
Dal 1793,
con la nascita e il progressivo sviluppo del cosiddetto Regno
del Cotone, gli schiavi neri furono impiegati
essenzialmente per i lavori nei campi e la tendenza
all'abolizione della schiavitù negli Stati del Sud subì
una inversione di tendenza vista la crescente necessità di
manodopera.
Ai
primi dell'Ottocento la
Nuova Inghilterra poteva ormai competere con i paesi
europei nella produzione e nel commercio di cotone, ma i
neri versavano ancora nelle stesse condizioni e furono anche
utilizzati nelle piantagioni di canna da zucchero nella
Louisiana. Ci si trovò, in definitiva, in una situazione
paradossale: spesso venivano approvate in vari Stati leggi
contro la schiavitù, ma raramente erano applicate e nel XIX
secolo anche i neri teoricamente liberi del Nord (circa 225.000
nel 1860)
erano sottoposti a notevoli limitazioni.
L'Ottocento,
comunque, fu il secolo nel quale i neri cominciarono ad
organizzarsi in maniera più competitiva per combattere
l'oppressione, tanto che le rivolte degli schiavi andarono
aumentando notevolmente, causando spesso perdite economiche
e di vite umane tra i bianchi. Un momento importante per gli
schiavi fu la Guerra Civile scoppiata nel 1861
che oppose il Sud
agricolo dove proliferava la schiavitù al Nord
industriale.
La vittoria dei nordisti portò alla emancipazione dei neri
del Nord che ebbero una parte considerevole in quel
successo: circa 186.000 soldati di colore presero
parte a 198 fra battaglie e scaramucce,
subendo la perdita di 68.000 unità tra morti e
feriti.
Il 1 gennaio
1863, in qualità di
comandante in capo dell'Esercito e della Marina, Lincoln
(1809 - 1865) proclamò ufficialmente l'emancipazione
degli schiavi e il 18
dicembre 1865 venne abolita
la schiavitù in ogni parte degli Stati Uniti.
Tra il 1869 e
il 1877 due
negri entrarono al Senato degli Stati Uniti e quattordici
alla Camera e nel 1875
la Terza
Legge sui diritti
civili dispose che ogni persona entro i confini degli
Stati Uniti aveva diritto ad
«usufruire pienamente ed egualmente delle concessioni,
agevolazioni e privilegi di alberghi, trasporti pubblici sia
terrestri che marittimi, teatri ed altri luoghi di
divertimento pubblico, sottoponendosi soltanto alle
condizioni ed alle limitazioni stabilite dalla Legge, ed
egualmente applicabili ai cittadini di ogni razza e colore,
indipendentemente da precedente condizione di servitù».
Dopo
qualche anno di tregua politica, la questione venne riaperta
dal presidente Benjamin Harrison (1833 - 1901)
il quale, nel primo messaggio al Congresso (3
dicembre 1889),
affermò chiaramente di non nutrire molte speranze che il
Sud avrebbe potuto garantire alle persone di colore i
diritti politici e civili. Fortunatamente i progetti
politici di Harrison, grazie a forti opposizioni, non furono
portati a termine e, al contrario, negli ultimi anni del XIX
secolo si sviluppò una maggiore capacità di coesione tra
bianchi e neri.
Nonostante tutto, però, la popolazione di colore
continuava in generale ad occupare una posizione marginale
nel contesto sociale americano e per un negro era ancora
molto difficile aspirare ad occupare un posto di rilievo
nella società che, in una situazione di crescente
industrializzazione, evitava di inserire i neri nelle
fabbriche.
Le precarie condizioni economiche e le intimidazioni,
le frodi, le violenze con le quali si impediva agli uomini
di colore di votare, avevano provocato nel 1879
un esodo di negri
dal Sud verso il Kansas e verso alcuni altri Stati,
seguito da migrazioni negli anni successivi che non
servirono, però, a trovare situazioni incoraggianti.
Ai
primi del Novecento,
quindi, la maggior parte dei contadini neri, a parte il bene
prezioso della libertà, non erano nel Sud degli Stati Uniti
in condizioni molto migliori di quelle in cui versavano ai
tempi della schiavitù ed erano spesso sottoposti a veri e
propri linciaggi. Dalla fine dell'Ottocento all'ingresso
degli Stati Uniti nella Prima Guerra Mondiale due
forze contrarie diedero forma alla vita nei negri. Una di
queste forze, il consolidamento del fenomeno della
privatizzazione dei diritti elettorali e della segregazione
nel Sud, li spinse più in basso di quanto fossero mai
stati; l'altra, la rivolta degli intellettuali neri appoggiati
dai liberali del Nord, li trasse verso l'uguaglianza
politica, culturale, economica e sociale. E' in questo
contesto che si ci avvicina al primo conflitto mondiale nel
quale il contributo nero all'esercito americano fu rilevante
e al termine del quale una parte della popolazione di colore
cominciò ad inserirsi con maggiore profitto nelle maglie
della civiltà bianca ed un'altra, che viveva ancora tra
mille stenti, iniziò a ribellarsi in modo sempre più
pressante.
Le
speranze nere subirono un altro duro colpo con la grande
crisi del 1929 dovuta
al crollo della Borsa che fece perdere il lavoro prima degli
altri alla gente di colore la quale dovette tirare avanti
grazie a miseri sussidi per la disoccupazione. Solo nel 1935
cominciarono ad
essere di nuovo offerti posti di lavoro anche ai neri ormai
americanizzati, ma nel periodo che porta agli anni Quaranta
i negri del Sud
ancora non pronto avevano trovato una dimensione
soddisfacente in terra statunitense ed il Bebop
era ormai a far
sentire la propria voce.
Negli
anni Quaranta l'espressione
più attuale della tradizione musicale afro-americana era
quella urbana, sviluppatasi nel contesto della vita dei
negri nelle grandi città industriali. La figura del negro,
intanto, era andata via modificandosi e, se la Prima Guerra
Mondiale e la depressione avevano dato vita al negro moderno,
il periodo a cavallo della Seconda Guerra Mondiale provocò
un cambiamento ancor più radicale nella sua psiche. Ad esempio,
la partecipazione delle «Unità Negre» delle forze
armate americane alla Seconda Guerra Mondiale fu molto più
cospicua rispetto alla prima e, soprattutto, il loro ruolo
fu decisamente più rilevante, tanto che, in molti casi,
furono schierate al fianco delle unità bianche.
Le cifre ufficiali della NAACP
(National Association
for the Advancement of Colored People), a tal proposito,
parlano chiaro: nella Prima Guerra Mondiale c'erano 404.348
soldati e 1.353 ufficiali negri, nell'ultima guerra
i soldati furono circa 905.000 e gli ufficiali circa
8.000.
Si evince da tali cifre che, se il numero dei soldati era
poco più che raddoppiato, quello degli ufficiali era aumentato
di quasi sei volte, a testimonianza della crescente presenza
di gente di colore in posti di particolare responsabilità.
I negri stavano sviluppando sempre più il senso di partecipare
alla società, e ciò non riguardò solo la borghesia come
dimostrato dalla quasi canonizzazione di Dorie Miller
(uno dei primi negri morti in guerra a Pearl
Harbor) che coinvolse
quasi tutti i neri della nazione.
Il
mondo al di fuori dell'America si rivelò al popolo negro
grazie al carattere spiccatamente internazionale che ebbe la
Seconda Guerra Mondiale. Anche la musica non rimase
insensibile all'evento e nacquero diversi blues sulla
guerra interpretati da vecchi cantanti.
Tra le comunità negre era molto popolare la canzone «Are
you ready?» che esaltava l'eroismo dei negri in guerra
e che, proprio nel titolo, contiene una espressione che
cominciava ad essere sempre più usata tra i negri di quei
tempi per significare «Sei pronto?» (ad entrare
nell'America bianca), mentre l'espressione «non è pronto»
acquisiva un significato spregiativo ed era adoperata da
certe persone di colore autonominatisi guardiani delle
convenzioni sociali bianche nei riguardi dei negri più
volgari. Anche gli stipendi che i neri ottenevano lavorando
nelle varie industrie belliche sparse nella nazione non
erano da disprezzare e l'arsenale di New Jersey, in
particolare, era considerato un luogo dove si poteva fare
molto denaro.
Ma
la accresciuta conoscenza e consapevolezza da parte dei
negri del contesto sociale in cui vivevano, finì per
alimentare un risentimento sempre meno controllabile nei
riguardi delle ingiustizie sociali che continuavano ad
essere imposte. In particolare i giovani tornati dalla
guerra, dopo aver messo a repentaglio la vita per la
nazione, dovevano scoprire di essere ancora considerati
appartenenti ad una specie subumana in una America che li
tollerava solo finché rimanevano al loro posto. Erano
riusciti a guadagnare di più nelle attività connesse al
tempo di guerra, ma al termine della stessa erano tornati
nei ghetti della grandi città statunitensi.
Il
malcontento e la rabbia sfociarono sempre più spesso in
episodi di violenza razziale e, ripetendo un fenomeno già
avvenuto durante e dopo la Prima Guerra Mondiale, rivolte
sanguinose scoppiarono in tutti gli Stati Uniti. La più
rilevante fu, probabilmente, la rivolta di Harlem avvenuta
nel 1943,
durante la quale i neri ruppero vetrine e finestre delle
proprietà bianche della zona e minacciarono i poliziotti.
Altre rivolte, come quella di Cicero (un sobborgo di
Chicago), trassero origine dalla volontà di alcuni negri di
acquistare delle case col loro denaro.
Intanto,
come trent'anni prima, si verificarono grandi migrazioni
verso il Nord, provocando analoghe rivolte a Detroit
e Newark. Sorsero movimenti sociali che sfociarono
nella formazione di organizzazioni per combattere le disuguaglianze
come ai tempi della Prima Guerra Mondiale. Una delle più
efficaci fu, nel 1941,
il movimento March-on-Washington, i cui componenti
minacciarono di marciare sulla capitale in caso di mancata
inclusione nel Programma per la Difesa, provocando la firma
da parte del presidente Franklin D. Roosevelt
(1933-1945) dell'ordine esecutivo che avrebbe dovuto impedire
ai fornitori del governo di praticare la discriminazione.
Lo stesso comitato che aveva dato vita al movimento March-on-Washington
riuscì ad ottenere, successivamente, l'istituzione del Fair
Employment Practices Committee, organo incaricato di
garantire eque assunzioni.
L'aumentato
tenore di vita dell'americano negro in quegli anni è
testimoniato anche dalla maggiore percentuale dei negri che
terminavano gli studi nelle scuole superiori e che
riuscivano ad accedere al college, anche per merito delle
provvidenze sull'istruzione contemplate dal «G.I.Bill»,
la legge per l'esercito.
Nel
Sud, per esempio, «nell'anno 1933-34,
solo il 19% dei bambini negri in età da frequentare
le scuole superiori le frequentava» [1],
mentre solo sei anni dopo, nel 1940,
la percentuale era salita al 35% (sempre nel Sud).
Edward Franklin Frazier (1894
- 1962) rileva anche che, sempre nel 1940,
«circa doppio rispetto alle città del Sud era il numero
di negri delle città settentrionali che avevano ricevuto
da uno a quattro anni di istruzione superiore».
In
definitiva, negli anni della grande guerra e nel periodo
immediatamente successivo si realizzarono nuovi attacchi
all'ingiustizia sociale ed economica legalizzata. Il periodo
di caos economico verificatosi durante la depressione degli
anni Trenta era stato durissimo per i negri i quali,
impegnati nella lotta per la sopravvivenza, avevano
momentaneamente smarrito parte del loro slancio contro le
ingiustizie sociali. Ma, attorno al 1945, la rabbia,
la voglia di far valere i propri diritti, rafforzate
dalla consapevolezza di essere diventati comunque
determinanti nella vita americana, tornarono a farsi
sentire, denunciando quel senso di oppressione che aveva
ormai raggiunto livelli di irreversibilità.
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Il
Jazz prima del Bebop
Il
jazz fece la sua apparizione nei primi anni del Novecento,
ma aveva una preistoria già secolare: i suoi diretti
antecedenti si possono infatti rintracciare nel folklore
musicale dei neri nel Sud degli Stati Uniti della seconda
metà del XIX secolo e i suoi presupposti nei
primitivi canti che i braccianti neri intonavano nelle
piantagioni nei tempi lontani della schiavitù. Tipici del
periodo precedente la nascita del jazz sono i canti
collettivi (work songs) che aiutavano gli uomini di
colore nelle fatiche quotidiane, scandendo il ritmo dei loro
lavori e che, spesso, erano caratterizzati dalla forma
responsoriale (alternanza di frasi solistiche e risposte
corali) che influenzò non poco la musica nera. I canti
divennero via via più articolati e complessi,
trasformandosi in spirituals e
jubilees
(di argomento religioso) e in ballads
e blues (di
carattere profano). Sarà proprio il blues, canto in cui è
rispecchiata la squallida esistenza del nero ai margini
della società e nel quale si fusero sempre più motivi
melodici e ritmi di chiara origine africana, a svolgere un
ruolo rilevante nella nascita e nella crescita del jazz.
Il
jazz comincia ad essere un movimento artistico autonomo dal
momento in cui, intorno al 1900,
i blues vocali divennero anche strumentali e furono inseriti
nel repertorio delle fanfare di New Orleans (città
nella quale il jazz nasce e muove i primi passi) assieme a
spirituals e pezzi di ragtime.
Determinante per la definizione del linguaggio del primo
jazz fu, tuttavia, l'adozione da parte dei neri degli
strumenti musicali lasciati un po' dovunque, nel Sud, dagli
eserciti che avevano combattuto la Guerra di Secessione: cornette,
trombe, clarinetti, tromboni, bassi-tuba
e tamburi.
Grazie ai bassi costi di questi strumenti si
costituirono numerose fanfare (brass
bands) che divennero, nei primi
anni del Novecento, uno dei più tipici elementi di colore
della città di New Orleans. Le più apprezzate erano la Excelsior
Band (di George Baquet,
clarinetto, New Orleans 1883 - 14 gennaio 1949), la Tuxedo
Band (di Oscar "Papa"
Celestin, Napoleanville, 1 gennaio 1884 - 15
dicembre 1954), la Imperial Orchestra (attiva dal
1901 al 1908) (di Manuel Perez, cornetta, New Orleans
28 dicembre 1873 - 1946), la Superior
Band e le diverse Reliance
Brass Bands (1885 circa) (di "Papa" Jack
Laine, New Orleans, 21 settembre 1873 - 1 giugno 1966).

In
queste bands e nelle orchestrine che suonavano nel secondo
decennio del Novecento nelle sale da ballo e nei cabarets di
New Orleans militavano i pionieri della musica jazz, tra i
quali i cornettisti Charles "Buddy" Bolden
(cornetta, New Orleans, 6 settembre 1877 - 4 novembre 1931),
Freddie "King" Keppard (cornetta, New
Orleans, 27 febbraio 1890 - 21 dicembre 1933), Joe "King"
Oliver (cornetta, New Orleans, 11 maggio 1885, 10 aprile
1938), i clarinettisti Alphonse Picou (New Orleans,
18 ottobre 1880 - 4 febbraio 1961) e Sidney Bechet
(New Orleans, 14 aprile 1897 - 14 aprile 1959), il pianista Ferdinand
"Jelly Roll" Morton (nato Ferdinand Lamothe,
New Orleans, 20 ottobre 1890 - 10 luglio 1941), il
trombonista Edward "Kid" Ory (La Place, 25
dicembre 1886 - 23 gennaio 1973), il batterista "Papa"
Jack Laine (New Orleans, 21 settembre 1873 - 1 giugno
1966).
Lo
strumento prediletto a livello melodico fu il clarinetto i
cui esecutori svilupparono rapidamente una tecnica esecutiva
di alto livello solistico.
I
componenti delle brass bands e delle orchestrine dell'epoca
suonavano quasi tutti ad orecchio e spesso, quando si
stancavano di eseguire le loro parti sempre allo stesso
modo, le variavano più o meno radicalmente, improvvisando
secondo l'estro del momento sulle armonie del tema
prescelto: si sviluppò così l'improvvisazione che
rimarrà una prerogativa essenziale del jazz e che
contribuirà allo sviluppo della tecnica strumentale.
Fino
al 1917 il
jazz rimase praticamente confinato a New Orleans, nonostante
qualche musicista come Jelly Roll Morton si fosse già
spinto prima della guerra in California, a Chicago, a New
York e in altre città. I campioni di jazz si erano
moltiplicati e, accanto ai pionieri, si affermò una seconda
generazione di musicisti tra i quali la parte del
protagonista principale sarebbe toccata, per oltre
vent'anni, a Louis "Satchmo" Armstrong (New
Orleans, 1 agosto 1901 - 6 luglio 1971) che, dopo aver
imparato a suonare la cornetta in un riformatorio, fu subito
conteso dalle migliori orchestre della città fino a
diventare uno dei solisti di tromba più innovativi di tutta
la storia del jazz. A New Orleans, però, la situazione per
i musicisti divenne improvvisamente più difficile: le
innumerevoli risse, il crescente numero di delitti spinsero
la Segreteria della Marina degli Stati Uniti a ordinare, nel
novembre del 1917,
la chiusura immediata e lo sgombero di tutte le case di
piacere e di gran parte dei locali pubblici. I musicisti che
come Oliver e Sidney Bechet erano già partiti alla volta
delle grandi metropoli del Nord fecero sapere ai colleghi
che a Chicago la loro musica piaceva a molti e così la
maggior parte dei musicisti di New Orleans, con il lavoro
che scarseggiava, lasciò nel giro di qualche anno la città
per trasferirsi nel Nord.
Nel 1922 King
Oliver, che stava ottenendo uno strepitoso successo con
la sua Creole Jazz Band,
chiamò a Chicago Louis Armstrong con il quale,
l'anno successivo, incise i primi dischi. Si può dire che
allora sia cominciato il secondo periodo della storia del
jazz, quello di
Chicago, città dove i numerosi gangster presenti sul
territorio contribuirono al proliferare dei locali notturni.
A giudizio di molti fu questa l'epoca d'oro della nuova
musica americana. Nella città dell'Illinois, infatti, si
ritrovarono nei primi anni Venti tutti i migliori musicisti
di jazz venuti dal Sud e si cominciarono ad incidere quei
dischi che sarebbero diventati classici esempi dello «stile
New Orleans». Tra questi si segnalano i dischi delle varie
formazioni di Oliver, quelli dei New
Orleans Rhythm Kings, le incisioni
dei gruppi riuniti in studio d'incisione da Jelly Roll
Morton sotto il nome di Red Hot
Peppers e, soprattutto, quelli
degli Hot Five
e Hot Seven
di Louis Armstrong. Intanto, grazie all'opportunità di
ascoltare i solisti di colore che dominavano nei locali
notturni del South Side di Chicago negli anni del
proibizionismo, un gruppo abbastanza numeroso di bianchi
aveva cominciato ad avvicinarsi a quella musica. Tra i
musicisti bianchi residenti a Chicago si affermò in
particolare il clarinettista
Benny Goodman (clarinetto, nato Benjamin David, Chicago,
30 maggio 1909 - 20 giugno 1986). Sempre a Chicago si
distinsero i pianisti di boogie-woogie ed il trombettista Leon
"Bix" Beiderbecke (Davenport, 10 marzo 1903 -
6 agosto 1931).
Oltre
a Chicago, che rimane la città più importante del jazz
negli anni Venti, New York divenne contemporaneamente un
centro di grande importanza per la nuova musica
afro-americana grazie all'attività pionieristica del nero James
Reese "Jim" Europe (Mobile, Alabama, 22
febbraio 1881) che diresse grandi orchestre di
ragtime e lanciò il fox-trot.
Qualche anno più tardi nella comunità nera newyorkese, si
affermarono alcuni pianisti tra i quali James Price
Johnson (New Brunswick, New Jersey,
1 febbraio 1894 - 17 novembre 1955),
Willie "The Lion" Smith (Goshen, New York,
25 novembre 1897 - 18 aprile 1973) e il giovane Thomas
"Fatz" Waller (New York, 21 maggio 1904 - 15
dicembre 1943) che si distinsero come esponenti di un
particolare stile, lo stride piano,
in cui si conciliarono il ragtime venuto dal Missouri e il
blues, caratterizzato dal poderoso, martellante
accompagnamento della mano sinistra impegnata a suonare
alternativamente i bassi, note di solito isolate, e gli
accordi.
A New York, tra l'altro, nasce il jazz orchestrale per
merito anzitutto di James Fletcher Henderson (Cuthbert,
Georgia, 18 dicembre 1897 - 28 dicembre 1952) e del suo
primo arrangiatore, Donald "Don" Redman (Piedmont,
West Virginia, 29 luglio 1900 - 30 novembre 1964), i quali
nel 1924 cominciarono
a mettere a punto un primo modello di
orchestrazione-esecuzione jazzistica per grande formazione.
Gli elementi dell'orchestra non erano più di dieci nelle
prime compagini di Henderson, ma andarono gradualmente
aumentando sino a comprendere 5 trombe, 5 tromboni,
5 sassofoni e ritmica, realizzando la classica
big-band.
Nelle
orchestre di Fletcher Henderson, con cui nel 1925
militò anche Louis Armstrong,
mossero i primi passi molti musicisti che ebbero in futuro
un ruolo importante nella definizione del linguaggio del
jazz come il trombettista, clarinettista, alto sassofonista,
pianista Bennett Lester "Benny" Carter (New
York, 8 agosto 1907), strumentista versatile e ottimo
compositore e Coleman Hawkins (Sait Joseph, Missouri,
21 novembre 1904 - New York, 19 maggio 1969), uno dei primi
suonatori di sax tenore, strumento del quale esplorò a
fondo risorse e possibilità tecniche. Tutte le compagini
orchestrali che nacquero in quel periodo furono in qualche
modo debitrici di Henderson, ma il musicista che più degli
altri sviluppò le possibilità espressive della big band fu
Duke Ellington (Washington, 19 aprile 1899, New York,
24 maggio 1974) che colse i primi successi, dal 1927
in poi, al Cotton Club, il
più elegante cabaret di Harlem frequentato dalla buona
società bianca.
Ellington,
pianista, direttore e compositore dallo straordinario
talento, arricchì il repertorio jazzistico di temi di
grande bellezza, nonché di parecchie composizioni di largo
respiro in forma soprattutto di suites, conferendo
alla sua formazione nei cinquant'anni di ininterrotta
attività, uno stile inconfondibile e sempre alla ricerca di
innovazioni. Con Ellington il jazz assunse un carattere più
spettacolare di quello che negli stessi anni si poteva
ascoltare a Chicago.
 Quella
che può essere considerata l'epoca eroica del jazz si concluse
bruscamente, alla fine del 1929,
con la grande crisi economica che ridusse in miseria anzitutto
la popolazione nera (e quindi gran parte del pubblico del
jazz) e che fece sentire subito i suoi effetti sul mondo
dello spettacolo. Pochi mesi furono sufficienti a far perdere
il lavoro alla maggioranza dei musicisti e, durante gli
anni Trenta, l'autentico jazz si poteva ascoltare essenzialmente
in qualche grande locale newyorkese (come il Savoy,
New York, Lenox Street, e il Roseland,
New York, 52nd Street) e nei cabaret grandi e piccoli del
quartiere nero di Kansas City, nel Missouri, città
nelle quale la vita notturna era più prosperosa che mai
essendo protetta dalla amministrazione corrotta facente
capo a Tom Pendergast (1872 - 1945), un affarista
senza scrupoli. A Kansas City prese forma uno stile di jazz
con caratteristiche peculiari, influenzato dal blues ed
esaltato da musicisti quali William "Count"
Basie (Red Bank, New Jersey, 21 agosto 1904 - Hollywood,
26 aprile 1984) e il giovane tenorsassofonista Lester
Young (Woodville, Mississippi, 27 agosto 1909 - New
York, 15 marzo 1959), destinato a un futuro da protagonista.
Con
la crisi del 1929 Chicago
perse praticamente ogni importanza nella storia del jazz:
quasi tutti i musicisti che avevano animato la vita notturna
dovettero lasciare la città per cercare fortuna altrove.
Riuscirono a cavarsela meglio alcuni musicisti bianchi cui
era più agevole l'accesso agli studi di registrazione e
radiofonici, tra i quali il clarinettista Benny Goodman,
il trombonista Tommy Dorsey (Shenandoah,
Pennsylvania, 19 novembre 1905 - Greenwich Connecticut, 26
novembre 1956) e suo fratello Jimmy (Shenandoah,
Pennsylvania, 29 febbraio 1904 - 12 giugno 1957),
clarinettista e altosassofonista, il trombonista Alton
Glenn Miller (Clarinda, Iowa, 1 marzo 1904 - 15 dicembre
1944), tutti attivi a New York nei primi anni Trenta.
Paradossalmente,
mentre il jazz attraversava negli Stati Uniti il suo momento
di massima difficoltà, in Europa qualcuno cominciò
ad interessarsi a questa musica seriamente, pubblicando
libri sull'argomento e importando un sempre maggiore numero
di dischi che fecero conoscere al pubblico del Vecchio
Continente i solisti e le grandi orchestre d'oltreoceano. Da
questo momento l'Europa comincerà ad accogliere e
apprezzare il jazz che troverà, negli anni successivi,
credito ed esecutori in una nuova terra.
 Negli
Stati Uniti bisogna attendere gli anni successivi al 1935
per dare nuova vita al jazz,
momento in cui una grande orchestra costituita e diretta da Benny
Goodman ottenne una strepitoso successo, grazie anche
agli arrangiamenti di Fletcher Henderson.
Clarinettista di eccezionali capacità tecniche, brillante
caporchestra e profondo conoscitore dei gusti del pubblico,
Goodman divenne in breve un idolo per la gioventù americana
la quale non chiedeva altro che una musica eccitante e
divertente per dimenticare gli anni della crisi.
Sull'esempio dell'orchestra di Goodman altre compagini del
genere si costituirono: era ormai cominciata l'era
dello swing e del jazz
commerciale. Parallelamente all'attività della sua
orchestra Goodman esaltò altri piccoli complessi come il
trio, il quartetto, il sestetto, nei quali figurarono
solisti di classe quali il pianista Teddy Wilson (Austin,
Texas, 24 novembre 1912 - New Britain, Connecticut, 31
luglio 1986), il batterista Gene Krupa (Chicago,
Illinois, 15 gennaio 1909 - Yonkers, New York, 16 ottobre
1973), il vibrafonista Lionel Hampton (Louisville,
Kentucky, 20 aprile 1909) e il chitarrista Charlie
Christian (Bonham, Texas, 29 luglio 1916 - New York, 2
marzo 1942).
Oltre
alle già citate orchestre di Ellington e Goodman si
affermarono presto le grandi formazioni di Tommy e di
Jimmy Dorsey, di Jimmie Lunceford (sax alto,
flauto, Fulton, Missouri, 6 giugno 1902 - Seaside, Oregon 12
luglio 1947), di
Chick Webb (batteria, Baltimora, Maryland, 10
febbraio 1902 - 16 giugno 1939) , di Artie Shaw (Arthur
Arshawsky, 1910) e quella di Count Basie arrivata al
Nord da Kansas City nel 1936.
In realtà durante l'era dello swing ci furono scritture e
applausi un po' per tutti: furono riscoperti i pianisti di boogie-woogie,
furono apprezzati per il loro giusto valore musicisti attivi
da tempo come Fats Waller e Art Tatum (Toledo,
Ohio, 13 ottobre 1909 - Los Angeles, California, 5 novembre
1956) e venne riesumato il jazz tradizionale di New Orleans
e Chicago, ribattezzato dixieland e
proposto anche in versione orchestrale. Fu il momento dei
primi grandi successi anche per le cantanti di colore Billie
Holiday (Philadelphia, Pennsylvania 7 aprile 1915 - New
York, 17 luglio 1959) e Ella Fitzgerald (Newpoert
News, Virginia 25 aprile 1917 - Los Angeles, California, 15
giugno 1996).
La
grande popolarità del jazz in quel periodo ebbe, però,
anche qualche effetto negativo: per rendere facile l'ascolto
al grande pubblico, molti capiorchestra bianchi ricorsero a
scritture di facile effetto, standardizzarono gli
arrangiamenti e le improvvisazioni dei solisti. Questi
effetti negativi si accentuarono durante gli anni della
Seconda Guerra Mondiale che videro il successo delle
compagini di Harry James (Albany, Georgia, 15 marzo
1916 - Las Vegas, Nevada, 5 luglio 1983), Lionel Hampton e,
soprattutto, di quella di Glenn Miller, che contribuì
a tenere alto il morale delle truppe esibendosi con la sua
orchestra dell'Aeronautica sui vari fronti del conflitto.
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L'inizio
della rivoluzione: 1940-1941
Il
Bebop, che appare nei locali della 52a Strada di
New York nel 1944, ovviamente non si materializzò d'un
tratto, ma ebbe dei precursori in alcuni solisti affermatisi
alla fine degli anni Trenta e un'iniziale gestazione in
qualche localino di Harlem dove i bianchi mettevano piede
molto raramente. Tra questi locali un'importanza particolare
ne ebbe uno ricavato in una sala dell'Hotel Cecil
nella 118a Strada Ovest di New York, chiamato Minton's
Playhouse dal nome del proprietario Henry Minton,
un ex sassofonista; era piuttosto squallido, ma rinacque dal
punto di vista artistico dopo che Teddy Hill (Birmingham,
AL, 7 dicembre 1909 - Cleveland, 19 maggio 1978), un
ex caporchestra, ne assunse la direzione nel 1940.
Teddy Hill, che aveva suonato i vari sax in band
condotte da King Oliver e Louis Armstrong ed
era autore di varie canzoni e arrangiamenti, non era mai
riuscito a brillare in maniera particolare nella sua
carriera, ma conosceva tanti musicisti e aveva idee
originali. Suggerì ad Henry Minton di mettere su un gruppo
fisso per dar via libera alle jam-session e fissò un giorno
a settimana (il lunedì, giornata di libertà nel mondo
dello spettacolo) nella quale invitare a suonare tutti gli
artisti che volevano cimentarsi della notte. «Le notti
delle celebrità» al Minton's Playhouse divennero in
breve tempo famose in tutti gli Stati Uniti anche per i
pranzi che Teddy Hill offriva in queste occasioni e, già
nel 1941, il locale otteneva un buonissimo successo
diventando il posto dove si andava il lunedì nei primi anni
Quaranta e, soprattutto, il luogo della rivoluzione che
avrebbe trasformato il jazz.
Hill
prese spunto dallo stile dei locali di Kansas City, città
che, come già detto, negli anni Trenta era balzata alla
ribalta musicale grazie alla amministrazione corrotta di Tom
Pendergast, presentando un solo fiato accanto alla sezione
ritmica, con il preciso intento di lasciar posto a chiunque
volesse unirsi alla jam-session. Hill aveva intuito che il
vecchio jazz stava per finire il suo corso e voleva
convogliare al Minton's tutti quei giovani musicisti che
tentavano di suonare i loro strumenti in modo innovativo,
alternandoli o affiancandoli a nomi già noti. A condurre il
gruppo fisso del Minton's Teddy Hill chiamò il batterista Kenny
«Klook» Clarke (Kenneth
Spearman; Pittsburgh, 9 gennaio 1914 - Montreuil-sous-Bois,
Paris, 26 gennaio 1985)
che rimase per primo sorpreso dell'invito, visto che non più
di un anno prima aveva fatto crollare l'ultima compagine di
Hill dopo aver avuto grandi discussioni col suo caporchestra
sul modo di usare la batteria nella musica che la gente
chiedeva di poter ballare: Klarke era già alla ricerca di
nuove soluzioni. Tuttavia, pensando alle improvvisazioni
esplosive di «Klook», Teddy Hill decise di offrirgli una
scrittura fissa spiegandogli quale era la finalità di tutta
l'operazione al Minton's e quale avrebbe dovuto essere il
suo ruolo. Più tardi Klarke disse:
«Dapprima rimasi sorpreso. Dopo aver parlato un po' con lui
capii che cosa voleva. Nel 1937 io mi ero già stufato di
suonare come Joe Jones. Era ora di cambiare. Spostai allora
il ritmo di base dalla percussione del tamburo basso a
quello del piatto alto. Scoprii che così potevo ottenere
variazioni di tono e di timbro graduando il colpo di
bacchetta sul piatto. E oltretutto ero libero di usare il
tamburo e i timpani per marcare gli accenti. Stavo tentando
di costruire nuovi modelli ritmici sovrapponibili a quelli
normali. Gli assoli tendevano ad allungarsi. E i solisti
avevano bisogno di un aiuto maggiore dal batterista»
[1].
Lo
stesso Kenny Clarke suggerì a Teddy Hill di
includere nel complesso Thelonious "Sphere"
Monk (Rocky Mount,
North Carolina 10 ottobre 1917 - Weehawken, New Jersey, 17
febbraio 1982),
pianista che aveva iniziato la carriera come pianista di un
gruppo gospel e che aveva suonato per qualche tempo nelle
chiese negre del Sud e del Middle West. In questa fase,
caratterizzata da viaggi senza fine nel cuore dell'America
più schiavista, Monk teneva viva la sua creatività
musicale suonando in qualche jam-session dove poteva. Monk
era già afflitto da problemi di eroina come tanti colleghi
jazzisti ed aveva già composto brani molto innovativi,
caratterizzati da strane (per l'epoca) escursioni in tonalità
diverse. Tra questi si segnalamo Blue Monk e 'Round
About Midnight. Suonava con uno stile molto personale,
con le dita larghe e piatte sui tasti, arrivando a suonare
anche dodici suoni contemporaneamente quando usava il
pollice per prendere due tasti. Il suo più grande desiderio
era quello di uscire dal giro dei gospel, di suonare il jazz
che lui sentiva e l'occasione di lavorare al Minton's fu per
lui determinante.
A
Kenny Clarke e Thelonious Monk (che rappresentano da subito
una novità assoluta nel mondo del jazz), furono affiancati
il trombettista Joe Guy (Joseph
Luke, Birmingham, 20 settembre 1920 - Birmingham, 1962)
e il bassista Nick Fenton per completare il quartetto
base al quale poteva unirsi chiunque ne avesse avuto voglia.
Le
jam-session del lunedì nel locale newyorkese si
configurarono subito come un campo di battaglia per scontri
tra jazzisti di varie tendenze dai quali uscivano spesso
demolite reputazioni consolidate per lasciare il passo ai
giovani «rivoluzionari». Nelle prime session della
primavera del 1941
la vecchia guardia deteneva ancora il potere, potendo
contare su una formidabile schiera di improvvisatori,
solisti di grandi orchestre: i sassofonisti Coleman
Hawkins, Ben Webster, Chu Berry, Johnny
Hodges, Benny Carter, Willie Smith e Don
Byas; i trombettisti Lips Page, Cootie
Williams, Charlie Shavers e Harry James; i
pianisti Fats Waller, Teddy Wilson, Jess
Stacy e Mary Lou Williams. Anche grandi leader
come Duke Ellington, Andy Kirk, Count Basie,
Artie Shaw, Lionel Hampton e Benny Goodman fecero
la loro apparizione al Minton's. Tra gli ospiti del locale,
comunque, vanno segnalati per l'impulso dato al rinnovamento
del linguaggio jazzistico alcuni musicisti che, a parte i già
rivoluzionari Clarke e Monk, possono essere considerati i
veri precursori del Bebop: il chitarrista Charlie
Christian, il tenorsassofonista Lester
Young, il trombettista Roy Eldridge, il pianista Art
Tatum ed
il bassista Jimmy Blanton.
Live
at "Minton's Playhouse" NY, MAY 12, 1941
CHARLIE
CHRISTIAN (Guitar)
JOE GUY (trumpet)
KENNY KERSEY (piano)
NICK FENTON (bass)
KENNY CLARKE (drums)
Charlie
Christian (Bonham,
Texas, 29 luglio 1916 - New York, 2 marzo 1942)
faceva parte del gruppo di Benny Goodman (Chicago,
30 maggio 1909 - New York, 13 giugno 1986) e,
finito il lavoro con il re dello swing, arrivava tutte le
sere al Minton's per partecipare alle session. Suonava
la chitarra elettrica, uno strumento praticato ancora da
pochi, ed era ammirato incondizionatamente dai colleghi per
la sua inesauribile fantasia nelle improvvisazioni dove si
succedevano riffs su riffs in una escalation di emozioni
senza precedenti. Il suo stile era particolarissimo,
caratterizzato da lunghe frasi monodiche (solitamente a
crome) la cui struttura e il cui suono erano molto vicini
alla sintassi tipica dei sassofonisti. Rispetto ai pionieri
della chitarra jazz come Lonnie Johnson (New
Orleans, 8 febbraio 1889 - Toronto, 16 giugno1970) e
Eddie Lang (Philadelphia,
Pennsylvania, 25 ottobre 1902 - 26 marzo 1933) che
suonavano frasi molto più spezzettate, Charlie Christian
portò la tecnica del suo strumento a livelli altissimi.
Lester
Young (Woodville,
Mississippi, 27 agosto 1909 - New York, 15 marzo 1959),
già attivo nella formazione di King Oliver e nei Blue
Devils, capitò nel bel mezzo del mondo del jazz di
Kansas City nell'era di Pendergast (1872
- 1945). Non volle
imitare lo stile di Coleman Hawkins (St.
Joseph, MO, 21 novembre 1904 - New York, 19 maggio 1969) (che
sconfisse in una memorabile jam-session svoltasi al Cherry
Blossom di Kansas City dando credito e lustro a tutti i
musicisti della città che già negli anni Trenta stavano
suonando in uno stile sempre più diverso da quello dei
colleghi newyorkesi) e spiegò come i modelli che imitava in
gioventù fossero alla base del suo suono anche negli anni
della maturità. Raccontò in proposito anni dopo:
«Frankie Trumbauer (Carbondale,
Illinois 30 marzo 1901 - Kansas City, MO 11 luglio 1956) e
Jimmy Dorsey erano i due grandi rivali dell'epoca e,
alla fine, io mi resi conto che mi piaceva Frankie Trumbauer.
Trumbauer
era il mio idolo. Quando avevo cominciato a suonare
comperavo tutti i suoi dischi. Credo di essere ancora capace
di suonare i suoi assoli che avevo imparato da quei dischi.
Suonava il C Melody sax. Io cercai di ottenere sul sassofono
tenore il suono di un C Melody sax. Questa è la ragione per
cui il mio suono è diverso da quello degli altri. Trumbauer
sapeva sempre raccontare una piccola storia. E mi piaceva il
modo in cui sfiorava le note. Anzitutto esponeva la melodia,
e poi suonava attorno alla melodia»[2].
Le scelte artistiche di Lester Young si dimostrarono
indovinate, tanto che le frasi dei suoi assoli diventeranno
un esempio da imitare per tutti i ribelli del Bebop.
Roy
Eldridge (Pittsburgh,
Pennsylvania 30 gennaio 1911 - Valley Stream, NY 26 febbraio
1989), dopo aver
iniziato la carriera suonando in complessi di non grande
rilevanza, formò la sua personalità artistica tra la fine
degli anni Venti e i primi anni Trenta ispirandosi ai
trombettisti Red Nichols (Ogden,
Utah 8 maggio 1905 - 28 luglio 1963)
e Rex Stewart (William,
Philadelphia, 22 febbraio 1907 - Los Angeles, 7 settembre
1967), ma soprattutto
ai sassofonisti Coleman Hawkins e Benny Carter (Bennett
Lester, New York, 8 agosto 1907) dei
quali cercò di riprodurre sulla tromba il veloce e
articolato fraseggio. Determinante per la sua crescita
artistica fu anche l'ascolto di Louis Armstrong che
colpì Eldridge per la sua capacità di suonare con grande
tensione senza usare molte note. Fu proprio la capacità di
combinare le peculiarità dei musicisti sopra citati, si
alternare velocità di esecuzione e sviluppo melodico a dare
una fisionomia personale e nuova agli assoli di Roy Eldridge.
Suonò con le orchestre di Teddy Hill e Fletcher
Henderson e alla fine degli anni Trenta si affermò
definitivamente con i dischi Heckler's hop, Wabash
stomp e After you've gone. Don Ferrara,
quando passò in rassegna i migliori trombettisti di jazz
per la rivista "Metronome", scrisse di lui:
«Così completa era la padronanza del volume che era capace
di sussurrare con una meravigliosa calda intimità e di
urlare con magnificenza. Ed egli definì e diede vita a
ciascun grado dinamico intermedio tra quel sussurro e
l'urlo. La sua sonorità era così ampia che costringeva il
pubblico ad ascoltare. Tutti smettevano di chiacchierare
quando Roy suonava. Anche quando suonava piano, la sua voce
strumentale era voluminosa... Erano i sentimenti di Roy ad
abbassare i pistoni della sua tromba, non le dita... La
sua musica era così concreta e disinibita che veniva fatto
di pensare che egli avesse una linea diretta coi suoi
sentimenti... La sua musica era piena di fuoco e di vitalità»
[3]
Art
Tatum (Toledo,
Ohio 13 ottobre 1909 - Los Angeles, California 5 novembre
1956) si fece notare a
New York già nel 1932 come accompagnatore della cantante Adelaide
Hall (New York, 20
ottobre 1904 - London, 7 novembre 1993),
lasciando tutti di stucco. L'anno successivo furono
pubblicati i suoi primi dischi per la Brunswick che lo
portarono ancor più alla ribalta e lavorò all'Onyx Club
di New York, nella 52a Strada. Venerato come un
santone, esempio per tutti i musicisti che lo ascoltarono,
tornò a New York dopo un paio d'anni (1935-1936) trascorsi
a Chicago dove si esibì regolarmente al Three Deuces.
Caratteristiche del suo modo di suonare erano la grande
velocità della mano destra, la grazia e la sensibilità
armonica che anticiparono la complessità del Bebop,
l'assoluta imprevedibilità delle sue improvvisazioni che
metteva spesso in difficoltà i suoi partner. A tal
proposito ricorda il chitarrista Everett Barksdale (Detroit,
28 aprile 1910 - Inglewood, CA, 29 gennaio 1986) che
suonò a lungo con Tatum:
«Diceva sempre che non "udiva" in anticipo ciò
che si accingeva a suonare, ma che si limitava a
"sentirlo" e, poiché gran parte di ciò che
facevamo era improvvisato, qualche volta se ne usciva con
delle trovate che mi lasciavano disorientato»
[4]
La
creatività e la tecnica straordinaria di Art Tatum
lasciarono un segno indelebile tra i musicisti che si
esibirono al Minton's in quegli anni.
Jimmy
Blanton (Chattanooga,
TN, ottobre 1918 - Los Angeles, 30 luglio 1942),
fu scoperto a St.Louis a diciannove anni da Duke
Ellington che immediatamente lo invitò a far parte
della sua orchestra. Secondo molti critici la compagine di
Ellington proprio all'inizio degli anni Quaranta espresse il
meglio di se grazie anche al contributo di Blanton che
conferì alla band quella compattezza ritmico-armonica che
spesso era venuta a mancare in precedenza nonostante
l'eccezionale abilità dei fiati e la ricchezza di
sfumature. Blanton ha letteralmente rivoluzionato la tecnica
del contrabbasso ampliandone le possibilità tecniche ed
espressive: usava lo strumento come fosse un fiato, con una
straordinaria capacità di articolazione ritmica,
anticipando la funzione che avrebbe avuto nel Bop. Queste
caratteristiche si percepiscono in maniera inequivocabile
nelle incisioni realizzate tra il 1939 e il 1940
in duo con Duke Ellington, aprendo ai bassisti anche la
strada del solismo. Morì giovanissimo, per una polmonite
nel 1942, proprio nel momento in cui la rivoluzione
del Bebop stava giungendo a compimento.
Jimmy
Blanton & Duke Ellington
Al
Minton's era presente un numero così alto di musicisti da
non far mai mancare la grande musica e gli scontri tra i
solisti di varie generazioni portarono ad una inesorabile
evoluzione del linguaggio che nel giro di quattro anni (dal 1941
al 1944) dissolse lo swing tramutandolo in Bebop.
Nel
maggio 1941 un tecnico dilettante, appassionato di
jazz e studente della Columbia University, Jerry Newman,
realizzò delle registrazioni al Minton's ed al Clark
Monroe's Uptown
House (198 West 134th Street, NYC), altro locale dove si
cominciava ad ascoltare musica nuova. Queste registrazioni,
imperfette dal punto di vista tecnico, sono una
testimonianza preziosa di quelle notti. Si
percepisce chiaramente la partecipazione e l'esaltazione del
pubblico e si riconoscono gli stili dei vari musicisti
presenti.
Al
Minton's il solista principale è Charlie Christian ancora
in forma smagliante (morirà di tubercolosi nel 1942)
e già si può ascoltare un Kenny Clarke rivoluzionario.
Secondo Ross Russell (Los
Angeles 18 marzo 1909 - Palm Springs, 31 gennaio 2000):
«Clarke fu veramente il fondatore del nuovo stile delle
percussioni. Si sente un beat pieno di forza, un delizioso
impasto poliritmico e un'insolita consapevolezza delle
esigenze del solista»
[5]
Gli interventi di Thelonious Monk, all'epoca
considerati molto strani, apriranno al piano-jazz nuovi
orizzonti espressivi condizionando anche lo stile
improvvisativo di altri musicisti che svilupparono dalle
armonie di Monk idee moderne. Nelle registrazioni del 1941
al Minton's si può ascoltare anche l'allora
ventitreenne John Birks "Dizzy" Gillespie (Cheraw,
SC, 21 ottobre 1917 - Englewood, NJ, 6 gennaio 1993)
in un breve inciso nel quale risulta ancora acerbo lo stile
del trombettista del South-Carolina che solo successivamente
troverà la sua strada. Tuttavia, nonostante le chiare
innovazioni apportate alla musica da Clarke e Monk, si
percepisce nelle registrazioni di Newman la mancanza di uno
strumentista a fiato in grado di esprimere assoli
all'altezza dei due colleghi e di trascinarli a suonare in
modo ancor più rivoluzionario. In realtà un sassofonista
con queste caratteristiche era già presente a New York, ma
era attivo al Monroe's Uptown House, un cabaret tra
la Centotrentatreesima Strada e la Settima Avenue dove, dopo
l'ultimo show, cominciava a suonare il complesso del
trombettista Vic
Coulsen che accoglieva chiunque avesse voluto
partecipare alla session. Era uno strumentista fantastico,
capace di suonare a velocità sbalorditive e con una forza
inaudita: era Charlie Parker (Kansas
City, 29 agosto 1920 - NY, 12 marzo 1955),
colui che più di tutti contribuirà alla nascita ed allo
sviluppo del Bebop.
Charlie
Parker nasce a
Kansas City nel 1920 e riceve la sua educazione nel
ghetto nero della grande città del Missouri. La madre, una
donna delle pulizie presto abbandonata dal marito, lavorava
nelle ore notturne e Charlie, che frequentò per qualche
anno senza particolari entusiasmi la Lincoln High School,
proprio di notte si intrufolava nei cabaret del quartiere
nero con il preciso intento di ascoltare le orchestre di
jazz. All'età di quindici anni era già sposato con la
diciannovenne Rebecca Ruffin, aveva già fatto le
prime esperienze con la droga e, dopo aver abbandonato la
scuola, poteva considerarsi un musicista professionista. I
suoi modelli, in gioventù, furono i grandi sassofonisti di
Kansas City, in particolare Lester Young, del quale
riproduceva gli assoli con il suo sax contralto, e Henry
"Buster" Smith (Alfdorf,
TX, 24 agosto 1904 - Dallas, 10 agosto 1991),
detto il Professore, che aveva suonato con i Blue Devils e
con le orchestre di Bennie Moten (Kansas
City, MO, 13 novembre 1894 - Kansas City, 2 aprile 1935)
e Count Basie (Red
Bank, NJ, 21 agosto 1904; -
Hollywood, 26 aprile 1984).
In quel periodo a Kansas City le opportunità per suonare
erano innumerevoli: il potente Tom Pendergast gestiva tutti
gli affari, i traffici e gli intrighi, e la musica era un
ingrediente essenziale di certi traffici e si ascoltava
dappertutto. In questo contesto anche compagini di livello
mediocre riuscivano ad avere una spazio e proprio in una
orchestrina dilettantistica, quella diretta dal pianista Lawrence
Keyes, Charlie cominciò ad esibirsi nel 1934
a soli quattordici anni. In quel periodo di
apprendistato suonò anche con la band di Tommy Douglas
(Eskridge,
KS, 9 novembre 1906 - Sioux Falls, SD, 9 marzo1965).
La scuola delle jam-session al Reno Club (12th
Street, between Cherry Street and Locust Street, Kansas
City, MO)
ed al Sunset Club (12th
and Highland,
Kansas City, MO),
locali nei quali il giovane Parker si recava con maggiore
interesse, insieme ai suoi sforzi per personalizzare la sua
musica, lo portarono ad essere un musicista di primo piano
già nel 1937, anno in cui ebbe scritture in due
delle migliori orchestre della zona, quelle di Buster
Smith e di Jay McShann
(James Columbus;
Hootie, Muskogee,
OK, 12 gennaio 1916) ed
in quella di George Ewing Lee (Booneville,
MO, 28 aprile 1896 - San Diego, 2 ottobre 1958).
Il contrabbassista Gene Ramey (Austin,
TX, 4 aprile 1913 - Austin, 8 dicembre 1984),
che suonò spesso con Parker in quegli anni, ricorda:
«Dal tipo risibile che era, Charlie si era trasformato
in un sassofonista degno di essere ascoltato. Ora non aveva
più quella sonorità dolciastra. Ne aveva una sua
personale: nitida e senza molto vibrato. Le sue idee erano
ancora bizzarre, roba come i raddoppi del tempo e certe
strambe modulazioni fuori dalla tonalità, ma ora avevano un
senso. Conosceva a memoria tutti gli assoli di Lester Young,
un Lester che suonasse l'Alto, ma si avvertiva già
qualcosa di suo. E questo qualcosa faceva molta differenza»
[6]
Il
suo caporchestra Jay McShann, parlando delle
partecipazioni di Parker a certe jam-session ha detto:
«Quello che soprattutto contava nelle jam-session erano
le idee musicali. Charlie era in grado di reggere il
confronto coi colleghi più anziani, alcuni dei quali
avevano già anni di esperienza nelle grandi orchestre. Era
uno strano ragazzo, molto aggressivo e informato su tutto ciò
che accadeva» [7]
A
diciotto anni diventa padre, ma questo non fu sufficiente a
farlo rimanere a casa. Si trasferisce a Chicago dove suona
con l'orchestra di Billy Eckstine (William
Clarence, Pittsburgh, 8 luglio 1914
- Pittsburgh, 8 marzo 1993)
e arriva, successivamente, a New York dove raggiunge il suo
vecchio maestro e caporchestra Buster Smith che
raccontò più tardi:
«Aveva un aspetto veramente spaventoso quando venne da
me. Aveva tenuto la scarpe ai piedi per tanto tempo che le
sue gambe si erano gonfiate. Ha abitato in casa mia per un
bel po'... Durante il giorno mia moglie lavorava e io me ne
andavo in giro a darmi da fare e lo lasciavo a casa a
dormire nel mio letto. Poi usciva, suonava tutta la notte da
qualche parte e quindi tornava e andava a dormire nel mio
letto. Lo facevo uscire nel pomeriggio prima che mia moglie
rientrasse. A lei non piaceva che dormisse nel nostro letto
perché non si spogliava prima di coricarsi. Lui se ne
andava al Monroe's e suonava tutta la notte. I ragazzi
cominciavano ad ascoltarlo attentamente» [8]
Oltre al Clark Monroe's, Parker lavorò anche al Jimmy's
Chicken Shack (un elegante locale di Harlem) come
sguattero per nove dollari a settimana: era interessato ad
ascoltare Art Tatum che si esibiva lì e che colpì
in modo particolare Charlie per la freschezza delle frasi
nei suoi assoli e per l'impareggiabile capacità tecnica.
Quando il pianista se ne andò, scritturato in un locale di
Hollywood, si licenziò anche Parker. Successivamente lavorò
al Parisien Ballroom, una sala da ballo vicino a
Times Square e, dopo essere tornato a Kansas City per il
funerale del padre, si diresse nuovamente verso New York
dove dal 1939 al 1942 farà di nuovo parte
della compagine di Jay McShann. In questo periodo il
sassofonista di Kansas City mise a punto il suo stile e
realizzò le prime incisioni.
La prima avvenne a Wichita: il 9 agosto 1940, di
venerdì, al Trocadero Ballroom con una formazione
dell'orchestra di McShann che registrò Jumpin' At
the Woodside e I
Got Rhythm con
il seguente organico:
Buddy
Anderson e
Moten Swing Orville
Minor, trombe
Bud Gould, trombone
John Jackson, sax
alto
Charlie Parker, sax
alto
Bob Mabane,
sax tenore
Jay McShann, piano
Gene Ramey, basso
Gus Johnson, batteria
Ne
seguì una seconda il 30 novembre 1940, di sabato,
sempre a Wichita, in una trasmissione radio KFBI, in cui
registrarono i brani I
Found a
con la seguente formazione:
Buddy
Anderson e Orville
MinoHoneysuckle
Roser,
trombe
Bud Gould, trombone e violino
William Scott, sax tenore
Charlie Parker, sax
contralto
Jay McShann, piano
Gene Ramey, basso
Gus Johnson, batteria
Il
lunedì successivo, il 2 dicembre, la stessa formazione,
con la sola eccezione di William J. Scott che venne sostituito
al sax tenore da Bob Mabane, per la stessa trasmissione
radio registrò ( ),
Lady Be Good ( ),
Coquette ( ),
( )
e Wichita Blues ( ).
In queste due sedute Parker già spicca sugli altri
in maniera inequivocabile: in Honeysuckle Rose
( )
il tempo è vicino a 300 di metronomo, quasi impossibile
per gli altri fiati, ma non per Bird (il nome con il quale
Charlie era sempre più spesso chiamato) che entra dopo l'incerto
assolo di tromba in maniera impetuosa, suonando frasi condite
di seconde e settime maggiori e di accordi diminuiti, usanConfessin'
the Blues ( )
do quel raddoppio
di tempo che diventerà caratteristico del Bebop. In Lady
Be Good ( )
si percepisce chiaramente la perfetta conoscenza che Parker
ha di Lester Young, riuscendo a suonare come il suo maestro
tenorista, ma ad un tempo più veloce: alternanza di suoni
lunghi e corti, contrasti di suono ottenuti con diteggiature
diverse, linea melodica che rapidamente sale e scende sono
tutte caratteristiche che Bird ha ereditato da Lester Young.
L'altra
incisione da ricordare, in questa fase, è quella di Dallas
effettuata per la Decca il 30 aprile 1941.
L'orchestra di McShann al completo registrò Swingmatism
( ),
un brano inedito, Hootie Blues ( ),
arrangiato da Charlie e Dexter Blues ( );
McShann eseguì da solo due blues veloci al piano e Walter
Brown cantò con l'accompagnamento della sezione ritmica
(McShann, Ramey, Gus Johnson). Quest'ultimo brano fu il
più gradito dal pubblico e il relativo disco balzò in testa
alla hit-parade del rhythm and blues. Sul retro di Confessin'
the Blues venne inserito Hootie Blues, brano
apparentemente meno riuscito, ma che conteneva, tra l'introduzione
orchestrale e la parte cantata da Walter Brown, dodici battute
di sax contralto della durata di circa trenta secondi (metronomo=100)
che rivelarono una concezione jazzistica completamente nuova.
Ci sono ben sette cadenze, una serie di salite e discese
vertiginose, ed anche gli intervalli più comuni (terza,
quinta e tonica) eseguiti in maniera diversa. "Hootie"
rappresenta una pietra miliare nel jazz, nonostante la breve
durata del solo del sax alto e molti musicisti rimasero
folgorati da questa esecuzione.
Racconta Sonny Criss (Memphis,
23 ottobre 1927 - Los Angeles, 19 novembre 1977),
una futura stella del jazz che studiava l'alto a Los Angeles
dove comperò il disco:
«Non c'era il nome del sassofonista né sull'etichetta né
su nessuna rivista musicale. Sapevo solo che un musicista
che forse non avrei mai conosciuto o risentito aveva
scoperto una strada nuova nel blues. Quell'assolo di Hootie
Blues mi aprì un orizzonte del tutto nuovo»
[9].
Charlie
Parker, quindi,
alla fine del 1941 (a soli 21 anni!) era già un
personaggio di primo piano nel mondo del jazz e stava
apportando quelle modifiche al linguaggio che porteranno
dirette alla rivoluzione del Bebop.
Sfortunatamente
non ci sono pervenute registrazioni di Parker che suona al
Monroe's nel 1941 in quanto Newman non amava le esecuzioni
di Bird, preferendo i sassofonisti più «ortodossi»
come Benny Carter e Herbie Fields (Elizabeth,
NJ, 24 maggio 1919 - Miami, 17 settembre 1958).
Solo un anno più tardi comparirà un altro tecnico
dilettante, Dean Benedetti, che, al contrario,
avrebbe spento il suo registratore su chiunque, ma non su
Charlie del quale aveva capito il genio musicale.
Le
voci sulle performance di Parker nell'autunno del 1941
circolavano sempre più fitte nell'ambiente e al Minton's si
cominciò a parlare di questo sassofonista che suonava
l'alto come Lester Young, ma due volte più veloce. Kenny
Clarke e Thelonious Monk erano scettici nei riguardi di
queste notizie, considerando Lester Young imbattibile al sax
e avendo come massimo esempio di suonatore di alto Johnny
Hodges (Cambridge,
Massachussets 25 luglio 1907 - New York, 11 maggio 1970) che
già da un decennio si esibiva ad altissimi livelli
nell'orchestra di Duke Ellington, ma con un linguaggio assai
diverso da quello che stava prendendo corpo al Minton's. Una
sera, però, Clarke e Monk decisero di andare
al Monroe's a controllare di persona cosa succedeva e
trovarono un uomo più giovane di loro, occhiali scuri
sportivi, abiti non stirati che suonava chorus su chorus
come se la musica fosse l'unica ragione di vita.
Ricorderà anni dopo Clarke:
«Bird suonava roba che non avevamo mai sentito. Faceva
col sax quello che credevo di aver inventato io con la
batteria. Era due volte più veloce di Lester Young e con
accordi che Lester non aveva mai toccato. Bird correva nella
nostra stessa direzione, ma era molto più avanti di noi.
Forse non aveva compreso fino in fondo cosa aveva creato... Bird
non parlò molto. Fu calmo e riservato, mite. Dopo avergli
dato un paio di dollari, gli proponemmo di trasferirsi dal
Monroe's al Minton's. Teddy Hill si rifiutò di pagare un
altro uomo, così decidemmo di fare una colletta e dargli
qualcosa. Lo invitati a stare nell'appartamento che dividevo
con Doc West, altro batterista e buon cuoco.
Cominciammo a farlo mangiare. Era magro e affamato. Fin
allora aveva cercato di sopravvivere con il
"piatto" del Monroe's. Ben presto il Minton's
divenne un posto poco gradevole per la vecchia guardia.
Dizzy cominciò a venire regolarmente e così gli strumenti
furono quattro: tromba, sax alto, piano e batteria. Era
questa la formazione che doveva sfondare, con l'aggiunta di
un buon bassista. Una notte, dopo settimane di tentativi, Dizzy
riuscì a battere Roy Eldridge. Una sola notte tra tante, ma
per noi fu il via. Roy era in cattedra da anni. Questo ci
diede una gran forza. A rendere le cose ancor più ostiche
per gli estranei, inventavamo riff sempre più difficili.
Gli uomini dello swing che volevano suonare con noi si
trovavano malissimo. E poi per forza smettevano di suonare.
Quando il Minton's chiudeva, andavamo a mangiare e suonare
fino a mattina al Monroe's. Non sapevamo dove saremmo andati
a finire con quella musica. Però ci divertivamo e ci
sfogavamo»[10].
Le
jam-session del Minton's nel 1941, in definitiva, servirono
soprattutto a far nascere legami di amicizia fra i futuri
esponenti del jazz moderno e a far in modo che le ricerche
dei singoli musicisti cominciassero a convergere per
arricchire un linguaggio che stava acquisendo una forma
sempre più chiara.
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1944
L'esplosione del bebop
All'inizio
del 1944 il quintetto di Dizzy Gillespie e Oscar
Pettiford (Okmulgee, 30
sett 1922 - Copenhagen, 8 sett 1960), primo complesso
veramente bop della storia, esordì all'Onyx Club,
nella Cinquantaduesima Strada di New York, seminando lo
sgomento fra il pubblico e gli altri musicisti. Raccontò
anni dopo Dave Tough (26
apr 1907 - 9 dic 1948) (batterista della
tutt'altro che conservatrice orchestra di Woody Herman)
che ascoltò il quintetto all'Onyx insieme ad altri
colleghi: «Appena fummo entrati quei tipi afferrarono i
loro strumenti e si misero a suonare quella loro roba folle.
Uno si interrompeva improvvisamente, un altro cominciava a
suonare senza una ragione al mondo. Noi non avremmo mai
saputo dire quando un assolo avrebbe dovuto cominciare o
terminare. Poi tutti quanti smisero di punto in bianco di
suonare e se ne andarono dal podio. Eravamo spaventati»[1].
Ma non mancarono coloro che accolsero con interesse
la nuova musica, come ricordò Dizzy Gillespie: «Il
pubblico era fantastico. Quella gente si rendeva conto che
qualcosa di nuovo stava succedendo. Il locale era sempre
pienissimo. Una sera venne a sentirci Jimmy Dorsey.
Noi andavamo fortissimo e lui non credeva alle proprie
orecchie. La sera dopo tornò e non si ubriacò. Era
perfettamente sobrio, maledettamente sobrio: e questo non
gli succedeva spesso! Aveva un piccolo ricevimento, dopo, al
suo albergo, l'Hotel Astor, e mi invitò. Mentre camminavamo
per la strada mi abbracciava. Diceva: "Accidenti!
Quella roba che state suonando... Ti scritturerei di sicuro
nella mia orchestra se la tua pelle non fosse così scura!".
Gli dissi: "Caro mio, se non fossi così non sarei
capace di suonare in questo modo"»[2].
Le
caratteristiche vincenti del quintetto di Gillespie e
Pettiford furono la straordinaria abilità e creatività dei
componenti e, soprattutto, la comune concezione della
musica, caratteristica che mancava in molti complessi che si
esibivano nei sempre più numerosi locali della
Cinquantaduesima Strada. L'unico a non essere in completa
sintonia con i colleghi era Don Byas (Carlos
Wesley "Don" Byas: Muskogee, 21 ott 1912 -
Amsterdam, 24 ago 1972),
seguace di Coleman Hawkins, che fu sostituito da Budd
Johnson (Albert J.
Johnson: Dallas, 14 dic 1910 - Kansas, 20 ott 1984).
Si può affermare con certezza che la musica del quintetto
fu un primo punto di arrivo degli esperimenti cominciati al
Minton's e proseguiti nell'orchestra di Earl Hines, portando
ad una definizione del linguaggio sempre più chiara.
Altre
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